Stranieri a San Sperate

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San Sperate (foto di Alberto Mossa)
San Sperate (foto di Alberto Mossa)

Ora, senza pretesa di voler strafare, va detto che anche noi a San Sperate abbiamo i nostri bei problemi con gli stranieri, e non da oggi. E almeno dagli anni Sessanta che se ne parla in maniera diffusa e articolata, ma alcuni fanno risalire l’annosa questione addirittura ai primi del Novecento, ai tempi della costruzione del ponte, quando arrivarono in numero sensibile un po’ da tutte le parti, operai di ogni corno d’isola ( mai costruire ponti! Casomai muri, lo sanno tutti; a San Sperate, poi..).

Quindi, stampatevi bene in testa questi nomi: Landis, Farris, Medda, Mercurio, Volta, Loriga, Mura, Falqui, Cadelano… Ma vi sembrano nomi sansperatini, questi? I nomi sansperatini sono Casti, Schirru, Spiga, Collu, al più Sciola, nomi che evocano mondi antichi e laboriosi, fatti di mani callose di contadini e di spigatrici dagli occhi infallibili, utilissimi anche per raccogliere asparagi (che qualche buontempone vorrebbe indissolubilmente legati al nostro paese, che invece è risaputo essere molto più vecchio e dalla storia millenaria, romano se non addirittura prenuragico, e forse pre-pre-nuragico, e forse addirittura pre-pre-pre, atru ghe sparau, importati senz’altro di recente da qualche oriente, basta vedere – e sentire – come reagiscono all’espulsione. Gli asparagi, dico, ‘ta fragu legiu).

Insomma, la questione è molto semplice: San Sperate da tempo non è più la stessa, almeno da cinquant’anni, per via di questa infelice stagione chiamata del muralismo, soprattutto per via di questi immigrati, di questi stranieri che hanno pervertito la nostra sacra campidanesità contribuendo a rendere il nostro amato borgo rurale il manipolo di artistoidi, muralisisti, creativi di varia e dubbia qualifica e attivisti della condivisione che purtroppo è diventato. Con la complicità di molti autoctoni, va detto, che vilmente hanno smesso i panni storici dei nostri luoghi che mai cambieranno e mai sarebbero dovuti cambiare, e hanno iniziato a colorare, a inventare, a ospitare, a permettere che tanti trovassero da noi casa cambiando forse per sempre i connotati del nostro amato paese.

È per questo che, con un sobrio “prima i speratini”, vi invito a pensare che forse siamo ancora in tempo, che non tutto è perduto, e che se facciamo fronte a tutta questa burrumballa che sogna – ingenui utopisti – un mondo per tutti, se riusciamo a fare fronte a questi invasori ormai insediatisi nei gangli del nostro villaggio, vi dicevo, ecco, se riusciamo a non perdere il filo del discorso e a portare avanti ancora per un po’ le fesserie che sto dicendo, insomma, se avete la compiacenza di seguirmi e leggermi ancora per trenta secondi, sì, credo proprio che dovremmo ringraziare con le lacrime agli occhi quella generazione che ha permesso alla bidda di Santu Sparau di diventare il luogo meraviglioso che è stato in questi ultimi cinquant’anni, e che speriamo possa esserlo per altri millanta, specialmente grazie a tutti che coloro che, stabilendosi nel nostro piccolo centro, lo hanno reso migliore, più aperto, ospitale e consapevole, come i tanti amici dai cognomi niente affatto esotici che poco sopra ho citato (perché l’esotismo in realtà non esiste, ma questo è un altro discorso) e che rappresentano il vero capitale di questo (anche) mio adorato paese.

Giacomo Casti

E’ nato e vive in Sardegna. Laureato in Lettere con indirizzo antropologico, si occupa di letteratura, teatro (regista e autore con Antas Teatro), cinema e musica. Da anni tiene laboratori di scrittura per ragazzi e adulti. È stato membro del direttivo della Fondazione Giuseppe Dessì; è socio fondatore dell’Associazione Chourmo, che da sedici anni organizza a Cagliari il Marina Cafè Noir – Festival di letterature applicate. Da molto tempo si occupa della realizzazione di spettacoli e reading musicali su testi propri e di vari autori. Nel 2018 ha pubblicato Sardi, italiani? Europei. Tredici conversazioni sulla Sardegna e le sue identità. (Meltemi).

(foto di  Alberto Mossa)

 

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