Teti e altri luoghi mitici

di Ernest Riva. Isole minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

0
740
Teti-panorama
Teti in una foto di Ernest Riva

Ci sono molti modi per arrivare a Teti, quando si percorre la strada da Olzai lo si scorge adagiato sul versante della montagna come se ti attendesse. Ci si chiede cosa l’abbia spinto là in alto, il territorio ha richiesto un grande lavoro di adattamento, si intravedono ancora alcune delle terrazze in granito per gli orti e i segni dell’acqua che si è fatta più discreta scorrendo sotterranea.

Affacciandosi dalla piazzetta di Mulare lo sguardo si apre sulla vallata e lo spazio si fa grande. Le vallate in primavera possono essere navigate tra le isole di colore della lavanda, dell’asfodelo, della ginestra e tutti i colori immaginabili. Una vista che fotografo in ogni mio rientro, mi rassicura, mi calma, come quando lascio lo sguardo perdersi sulla linea dell’orizzonte a filo d’acqua o sulla separazione tra terra e cielo nel deserto. Questo è uno dei benvenuti offerti da Teti, punto di arrivo e partenza del mio errare, dal 2017 passo lunghi periodi in Tunisia.

Il mito è nel racconto dei luoghi della mia infanzia, Teti e la sua storia scorrono assomigliandosi a quelle di tante altre aree rurali gettate nel mondo, oggi come nel passato.

All’inizio degli anni novanta i primi servizi sociali per gli anziani aprono una stanza vetrata a una ventina di persone che si spostano tra il sole di Murale e i tavoli su cui giocare con le carte. Il filo continuo delle chiacchiere accompagna il via vai di donne e uomini che hanno vissuto tutto il denso novecento. Nel ricordo conservo una donna intenta a iscariare (1), l’infinita ricerca de s’istentu (2) e i pomeriggi passati ad ascoltare i racconti di mio nonno. La curiosità mi spingeva a fare domande su quello che era stato, il racconto e la memoria erano cose serie, nella saletta degli anziani le parole erano le stesse sia per i bambini che per i grandi.

La curiosità doveva essere nutrita dai racconti: l’orzo ad Abini, il pane bianco dei Signori, i chilometri con l’aratro in spalla (mia nonna), la Prima Guerra, i fascisti, le miniere nell’Iglesiente, la Seconda Guerra, le miniere in Belgio, la diga sul Taloro, la televisione (la prima era del prete), il primo uomo sulla luna (mio bisnonno si interrogava come fosse possibile vederla ancora tutta intera, in fondo ne avevano preso dei campioni), la fabbrica a Ottana (ho fatto il pendolare con gli ultimi operai superstiti)…

La “Cabina del pozzo” è una stanzetta, esiste ancora, con al centro un pozzo scavato a mano. I bambini guardano gli oggetti e gli spazi dalla loro prospettiva, una stanza può divenire un intero mondo e i pochi attrezzi del muratore, il legname, il cemento, qualche blocchetto, strumenti di una vita, non cambiano uso, nelle loro mani possono costruire cose più piccole. Il gioco stava nel ripetere i gesti osservati, impastare del cemento, impilare pietre, tappare i buchi nel cortile, tutto sotto l’occhio benevolo dei miei nonni. L’apprendimento con il gioco, la libertà nella creazione, il valore del sapere implicito, anche questo è stato per me Teti.

Mio nonno lavorava con il granito, l’arrivo dei blocchetti trasformava in parte il mestiere, uno per mano e tirare su le case diventava quasi un gioco. Oggi Teti ha ricoperto gran parte delle sue facciate anche se tanto non-finito permane e lo stato di abbandono delle vecchie case ormai ruderi dà i segni dello spopolamento. Il pozzo l’abbiamo riempito di macerie alla fine degli anni novanta, il paese delle fonti ha perso l’acqua in nome del moderno.

Le immagini delle valli che si colorano di rosso, arancio, colori caldi della terra al tramonto, sono sempre presenti quando sono lontano; quel senso di libertà, di “respiro leggero”, che le strade di campagna mi hanno saputo dare fanno parte di me, è il privilegio di avere un territorio senza confini invalicabili.

Uno dei luoghi preferiti, che per fortuna non esiste più, era su muntonarzu (3); una volta che le cose moderne arrivarono si spostò fuori dal centro abitato. Una miniera dove trovare le ambite ruote dei passeggini con cui costruire carretti. La strada di giù era il luogo del calcio. Una strada stretta e in pendenza, tre linee bianche tracciate sul muro esterno di una stanza che serviva da cucina a colui che pugnalò più di un Super Tele (4).

Oggi per me Teti è il luogo dei miei cari, passo qui numerosi ma brevi periodi durante l’anno, continuo a godere della bellezza degli spazi e a fare i lavoretti di sempre a cui si aggiunge l’orto tenuto con il rigore del muratore da mia madre. Soffro per la sorte che sembra toccargli, i tetiesi siamo sempre meno e non esiste un paese senza le persone che ci abitano e la loro memoria.

Ci sarà un giorno “la risalita” dei montanari?

Ernest Riva

E’ un eclettico free-lance, lavora come documentarista foto-video e responsabile della comunicazione digitale per l’org. tunisina Observatoire de la Souveraineté Alimentaire et del’Environnement. Per la medesima facilita il lavoro di gruppo, cura esposizioni, lavora a un libro fotografico e ambisce a produrre altre pubblicazioni

Note

(1) Fare dei cesti con l’asfodelo.

(2) Letteralmente “impegno per passare il tempo”, veniva richiesto come se fosse un oggetto, è inesistente, la ricerca finiva quindi per occupare i bambini.

(3) Una delle discariche del paese.

(4) Palla economica in plastica.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here