Tra lo stagno e il mare, il Quartiere del Sole

di Giacomo Pisano. Isole Minori racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Sono cresciuto (e sto invecchiando) al Quartiere del Sole, zona a vocazione residenziale che confina con la Palma e vede il suo termine ultimo nello stagno delle Saline. Dietro di lui il mare.

Crescere qui è stato avventuroso, le pochissime macchine in circolazione mi hanno permesso di fare tutti quei fantastici giochi da bambini che richiedevano l’uso delle gambe e delle braccia: acchiappare, color color, lunamonda, tocco ferro (che causò più di un’antitetanica nella foga del momento). E poi naturalmente pallavolo da strada e calcio.

La pallavolo da strada (oggi farebbe figo dire street volley) prevedeva l’uso di fili per stendere o cancelli non troppo arrugginiti come rete e poi via, la sfida era aperta a chiunque. Ricordo un evento di notevole successo che mi vide (io che già ero iscritto all’Aquila e facevo i miei primi tornei ufficiali) sfidato da un bambino che chiameremo Roberto per rispetto alla sua privacy. Un pubblico foltissimo tra compagni di scuola e vicini aveva assistito all’avvincente incontro che mi aveva incoronato vincitore di un gelato. Tempi semplici, gusti semplici.

C’erano due tipi di calcio. Quello di bixinau diciamo, che impegnava gli amichetti soliti e che si svolgeva in un campetto interno tra via del Sole e via del Pozzetto (oggi un rigoglioso giardino pubblico). Qui, senza distinzione di gender, squadre miste si giocavano la scelta del premio finale. Ricordo una Barbara per esempio che tutti volevamo perché era una furia, bravissima e instancabile: la sua presenza in squadra ti faceva a ragione pregustare la vittoria. Funzionava cosi: ognuno metteva in palio ciò che aveva di paghetta o una sua parte. Non si guardava con sospetto chi metteva di più o di meno, quel che c’era…c’era. Alla fine dei giochi la squadra vincente decideva come spendere il montepremi e divideva coi perdenti.

Ma c’erano anche le sfide vere, quelle coi bambini degli altri quartieri: la Palma, S.Elia (sempre avvolti da quell’aura di pericolo e tensione) che si svolgevano in tutt’altra maniera.
Le grandi sfide infatti necessitavano di un palcoscenico migliore: il cosiddetto Campo di Guido, ai margini del quartiere. Guido era un adolescente (un po’ strano a dire il vero ma buono e molto saggio) che davamo per assodato essere il proprietario del campo. Ogni partita doveva avere il suo benestare. A memoria d’uomo non si ricordano rifiuti. Lui assisteva senza tifare per una o l’altra squadra e poi andava via, così, senza una parola, misteriosamente. Nessuno sa dove abitasse e si era sparsa la leggenda che lui vivesse lì, al campo.

Arrivarci non era semplice e ci si muoveva in gruppo. Bisognava infatti attraversare via delle Rondini che all’epoca era luogo noto di spaccio e consumo e i drogati degli anni ’80 non erano proprio children friendly.

Questo però ci faceva sentire più grandi e forti, rispondere al teppista di turno che tifavi Juve mentre lui diceva di essere del Milan e prendersi uno schiaffone (successe al mio amico Mirko) non ci faceva indietreggiare né cedere.

Il Quartiere del Sole aveva ed ha tuttora la fama di essere un quartiere bene ma in realtà c’era ovviamente il benestante nel palazzo nuovo, quello meno ricco che stava nelle case popolari, il figlio dello yuppie che invece aveva addirittura la piscina nella villetta monofamiliare. Differenze? Nada. Bullismo? Nada. Prese in giro? Nada. Non so se eravamo noi una cricca di bambini alieni ma so per certo che nessuno di noi ha mai fatto del male a qualcuno o procurato danni a qualcosa. Certo immagino che quattro sberle avrebbe voluto darcele (e a ragione) Maria Pungiculo, così chiamata perché infermiera. Temutissima per il fatto che, come dice il nome, ti pungeva il culo in caso di febbre, vaccinazioni etc. Va da sé che la sua popolarità non era alle stelle…era il nostro “uomo nero”e la sua vista era accompagnata da grida, risa, scongiuri e conseguenti minacce da parte sua. Povera Maria Pungiculo, a far del bene si va in galera, bambini ingrati.

Un altro personaggio”famoso” era Fiorella. Lei era una signora anziana (vai a sapere poi che età avesse, a 10 anni quelli sopra i 20 per me erano tutti vecchi), non viveva in quartiere ma ci passava spesso accompagnata da tre o quattro cani, la sua famiglia. Fiorella era molto povera, abitava in una casupola in pietra a Calamosca, non chiedeva l’elemosina e aveva una sua dignità nella povertà. A noi piacevano i cani, anche se i suoi al passaggio lasciavano zecche e pulci sul marciapiede, e un po’ ci piaceva anche lei, sembrava uscita da una fiaba. Così ogni tanto con la nostra ingenua buona volontà cercavamo di aiutarla senza faglielo sapere.

Un amico vedetta ci avvisava del suo passaggio (a volte con i walkie talkie che ci facevano sentire troppo agenti segreti), allora un prescelto tra noi correva facendo il giro largo e aspettava nascosto dietro l’angolo che lei comparisse all’orizzonte. A questo punto sul marciapiede venivano depositate bloccate da un sasso (molto credibile come stratagemma) mille o duemila lire, talvolta addirittura cinquemila (dipendeva da ciò che riuscivamo a racimolare tra di noi) che lei faceva finta di trovare per caso. Le raccoglieva e le metteva in tasca, faceva un sorriso (secondo noi) e come era arrivata spariva col suo corteo canino in direzione Calamosca. E noi ci sentivamo astuti e buoni.

L’infanzia termina con l’ingresso alle scuole medie. Qui una specie di vita vera si affacciava con nuove regole di comportamento e nuovi luoghi di ritrovo. Il market MP alla fine di via del Pozzetto viene eletto a luogo deputato al cucco ed è lì che ci si incontra quando “c’è storia” o quando ci son conti da regolare tra maschi alfa (sempre per questioni di pivelline di solito).

Nel mentre il quartiere si dotava dell’ufficio postale, della banca, di altri servizi e altri personaggi (come Marisa, una vamp che viaggiava con noi in pullman vestita in modo succinto tra abiti leopardati e boa di piume dalle 8 della mattina) e noi crescevamo lì, a un passo dal mare in un posto che ancora oggi considero bello per vivere e che è sempre più integrato nel tessuto cittadino. A volte, quando passeggio con  i cani nelle vie che mi hanno visto correre scatenato, torno alla mia infanzia felice e sorrido.

Giacomo Pisano

Cagliaritano, classe 1975, laureato in Archeologia Medievale da ormai venti anni si interessa all’arte contemporanea con particolare attenzione per la body art e la street art. Ha lavorato per oltre dieci anni nei centri comunali d’Arte e Cultura di Cagliari come curatore per giovani talenti dell’arte contemporanea in Sardegna. Ha gestito per due anni la galleria privata MK a Cagliari come direttore artistico. Lavora attualmente presso il servizio comunicazione della Presidenza della Regione Autonoma della Sardegna. Ha pubblicato due libri, Il Nido del Basilisco e L’apocalisse, ora; ha inoltre partecipato con interventi personali ad altri quattro libri sia di argomentazione artistica e archeologica, sia di narrativa. E’ co-fondatore della associazione culturale Terra Atra.

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