Tra Sanluri e il West

di Marcello Cadeddu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

0
960
Sanluri, su un antico portone, una scritta dei tempi dello scudetto del Cagliari

La mia Sanluri è memoria: luoghi, persone, eventi legati a in periodo preciso della mia vita, diciamo dai 5 anni – età da cui partono con un minimo di continuità i miei ricordi – ai 19, età dell’esame di maturità e poi del trasferimento a Cagliari e quindi di allentamento dei miei rapporti col paese. Ma nonostante io viva a Cagliari dal 1983 e quindi abbia trascorso nella capoluogo gran parte della mia vita, io continuo a sentirmi un sanlurese a Cagliari. Quindi alla domanda fatidica “tu, di dove sei?” la mia risposta istintiva è “di Sanluri” a cui aggiungo subito dopo “da parte di padre, di Fluminimaggiore da parte di madre”. Non mi ricordo di aver mai risposto “di Cagliari”.

Il mio rapporto con Sanluri è registrato nel certificato di residenza: nasco “esule” a Milano, residente a Cinisello Balsamo, quando avevo circa un anno di età i miei tornano in Sardegna prendo la residenza a Fluminimaggiore, poi a Sanluri.

Sanluri allora era un po’ come tutti i paesi, credo: poche auto e molti bambini che giocavano in strade relativamente sicure: bastava che qualcuno urlasse “macchina!” e si bloccava il pallone il tempo necessario perché l’auto passasse e subito si riprendeva a giocare. Non erano interruzioni tanto frequenti.

Io sono cresciuto in un vicinato chiamato Bisiaru, nella parte occidentale del Paese, lungo quella che fu “Via Regina Elena”, presto modificata in un più opportuno “viale Giacomo Matteotti”. La via aveva un suo confine naturale con la statale 131, che di fatto “recintava” il paese, poi la strada per Sanluri Stato e prima la deviazione per San Gavino, sulla cui strada, a sinistra, sorgeva il cimitero. Quindi le nostre interminabili partite si bloccavano, e questa volta più a lungo, anche per i funerali. Si era, in fondo, “fra Bisiaru e il West”.

La mia fanciullezza l’ho trascorsa, scuole elementari a parte, in un’area piuttosto ristretta: Viale Matteotti e i suoi due vicoli ciechi, via degli Orti, un altro vicolo cieco, e via Doria che portava fino a Via San Martino, dove c’era una chiesetta allora abbandonata, il mattatoio, ma soprattutto vivevano i miei nonni e dirimpetto a loro, il panificio dove lavorava mio padre.

In casa ci stavamo poco sia io che mio fratello, di due anni più piccolo, fatta eccezione per il periodo necessario per fare i compiti, per vedere i cartoni della Tv dei ragazzi e, ma solo d’estate, nel pomeriggio, durante il quale mia madre provava inutilmente a metterci a letto. Il resto del tempo in strada con gli amici. Giochi preferiti: il calcio, giocato in diverse formule a seconda del numero dei partecipanti, partitella se c’eravamo tutti (una ventina di ragazzini con una differenza massima di tre anni d’età fra i più grandi e i più piccoli); portiere americano se non eravamo in tanti, ma comunque un buon numero (“portiere americano” perché giocava in porta ma giocava anche “a scartare”); a “belle azioni” quando eravamo in pochi. In quest’ultimo caso utilizzavamo sempre un portone su cui campeggiava (e credo campeggi ancora oggi) la scritta “W RIVA”, ricordo dello scudetto del Cagliari del 1970.

Noi i giochi da ragazzini li facevamo tutti, da penconeddu (pincaro o campana), che era un gioco che andava bene a maschi e femmine, a bullai (palla avvelenata), nascondino, acchiappa acchiappa, ruba bandiera e altri. L’unica innovazione che apportammo, che non credo abbia molte analogie da altre parti (neppure in altre zone di Sanluri, credo) è che noi ne sviluppammo una versione “marziale”: a Sanluri c’era un cinema di seconda visione, frequentato da tutti noi ragazzini del vicinato nel fine settimana, nel quale in quel periodo davano gli “western soja” cinesi, in gran parte filmacci dalla trama improbabile dove qualcuno doveva sempre vendicarsi di un torto subito a inizio film con un sacco di scene di combattimento che viste oggi farebbero più che altro ridere. Abbinando le cose, il nostro nascondino o acchiappa acchiappa doveva concludersi con un combattimento: se vincevi l’avversario era preso, se perdevi tornava libero. Ovviamente era anche tutto un susseguirsi di tornei: uno contro uno, due contro due, tre contro tre, uno contro due e via dicendo a seconda dell’abilità del contendente.

Naturalmente c’erano giochi anche meno aggressivi: biglie (di cui “21” era la forma più articolata) e figurine (soprattutto “a battere”) erano quelli più in voga. Questi giochi si differenziavano dagli altri perché c’era una posta in palio: le stesse biglie o le figurine, ma anche fumetti o semplicemente soldi. All’età di 8 anni giocavamo un po’ tutti d’azzardo, con ogni gioco, che fossero le carte (scopa, di solito), la dama o addirittura il gioco delle pulci.

Ogni zona aveva la sua specializzazione: il vicolo adiacente casa mia (oggi credo Via Saragat), in terra battuta per le biglie, una spiazzo davanti casa (Su Spaiu) per le partite di calcio, via Doria per i combattimenti, per bullai e raramente, per il calcio.

Insomma, una parte della mia Sanluri è lì, in quelle strade, dove ho lasciato ricordi, saliva e molti brandelli di pelle.

Marcello Cadeddu

Noto Sovjet, maturità classica, laurea in Scienze Politiche, dipendente regionale. Sanlurese di padre, fluminese di madre, vive a Cagliari. È sempre un po’ più a sinistra di quanto si immagini.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here