Tre donne, la vita, il femminismo nella Sardegna degli anni Settanta

Venerdì prossimo, 31 gennaio, nello Spazio Ilisso di Nuoro (via Brofferio, 23), la presentazione di Stella, l'ultimo romanzo di Massimo Dadea. Ne parleranno, con l'autore Marina Moncelsi, presidente dell'Istasac, e la neuropsichiatra Franca Carboni.

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Stella, Maria e Lucrezia sono tre donne forti, sensibili, che hanno incontrato amore, tradimento, sofferenza e morte. Nel corso di una lunga notte, per Maria e Lucrezia riaffiorano i ricordi: il dolore per una tragedia che le ha segnate, l’amore per una donna meravigliosa. E ancora, una famiglia, un gruppo di amici, i primi movimenti ecologisti, la nascita del movimento femminista. E’ Stella, l’ultimo romanzo di Massimo Dadea. Ne pubblichiamo un brano che racconta, sullo sfondo di uno dei luoghi più belli della Sardegna, uno dei momenti rituali del confronto politico e culturale di quegli anni.

La luce elettrica mancò nuovamente. La luna aveva ingaggiato la sua diuturna lotta contro il buio della notte e, sgomitando, si era fatta largo tra le nuvole ancora gonfie di pioggia, rischiarando la stanza con una luce soffusa, delicata, i cui deboli riverberi consentivano di intravvedere i loro volti.

In quella luce-non luce, Maria riprese il suo racconto con una voce esitante che tradiva l’emozione.

“Ho un po’ di pudore a parlare di me e di Stella, e soprattutto a parlarne con te che sei sua figlia. La morte di Matteo aveva dischiuso una nuova vita. Una nuova vita per te e per Andrea, una nuova vita per me e per tua madre”.

Tutto ebbe inizio durante una vacanza a Cala Liberotto, nella Marina di Orosei. Vacanza era un termine improprio. Durante uno dei tanti convegni organizzati dal Collettivo Femminista era nata l’idea di un soggiorno estivo: Cala Liberotto, anzi Bidderosa, era una bellezza naturalistica incontaminata e per di più isolata. Alla fine di luglio le adesioni erano contenute, ma si sparse la voce e nel giro di pochi giorni quello che avrebbe dovuto essere un campeggio libero di una decina di tende si trasformò in un accampamento con centinaio di persone.

“Sistemammo te e tuo fratello a casa di amici e, caricati pochi bagagli, montammo sulla Diane 2CV di tua madre, e partimmo.”

“Ricordo la vostra partenza”, la interruppe Lucrezia, “primo, perché era la prima volta che mia madre ci lasciava soli dopo la morte di nostro padre, e poi perché l’ho vissuta come un abbandono. Non riuscivo a spiegarmi il motivo di quella fuga. Mi chiedevo cosa avessi fatto di tanto grave per meritarmelo, e così finii per farmene una colpa. La Diane, poi, era la mia passione. La amavo per quel giallo sparato che la faceva sembrare un giocattolo: infatti la chiamavo la macchina delle bambole.”

Andrea, invece, aveva vissuto la loro vacanza con rabbia. Non si confidò certo con la sorella, ma lei si accorse che fremeva al pensiero che la madre avesse preferito la sua amica ai suoi figli. Si era chiuso in sé stesso e a stento le rivolgeva la parola, ma si vedeva che, nella sua testa, rimuginava qualcosa.

“Sì, Stella aveva intuito il tuo stato d’animo, non credo quello di tuo fratello, e un po’ ne aveva sofferto. Aveva deciso, però, che fosse venuto per voi il momento di spiccare il volo, di rompere il cordone ombelicale.”

Il viaggio per Bidderosa durò più di tre ore, ma ne valse la pena: era una specie di paradiso terrestre. Tante piccole calette incorniciate da ginepri secolari e lecci che arrivavano sino alla spiaggia. Un tappeto di sabbia finissima e bianchissima con delle sfumature rosa, punteggiato di fiori bianchi, i gigli di mare, che lambiva un mare cristallino, di un colore smeraldo intenso. Stando in spiaggia si potevano sentire dei profumi incredibili: quello intenso dei gigli, dell’elicriso, del mirto, del ginepro, del corbezzolo. Le calette avevano dei nomi fiabeschi: Bidderosa, Tuttavista, Istiotta, Fuile ’e mari, Senna ’e Sacchitta, erano delimitate da rilievi granitici di un colore cangiante, dal rosso al rosa, a seconda della rifrazione dei raggi del sole. Dietro la spiaggia si apriva una pineta che si inoltrava verso l’interno.

Scoprirono poi una piccola foce che si apriva in uno stagno dal nome vagamente caraibico, Sa Curcurica. Un ambiente umido popolato da varie specie di uccelli sia stanziali che migratori, dove alcune famiglie di pescatori gestivano una piccola peschiera che finì per rappresentare la loro principale fonte di sostentamento.

Nell’accampamento si era creato un ambiente cosmopolita: oltre a tante compagne provenienti dalle diverse parti dell’isola e dal continente, anche donne provenienti dalla Francia, dalla Germania e perfino una coppia di inglesi.

L’aria profumava di libertà, di solidarietà, di vicinanza, di cameratismo. Il sole, il mare, la salsedine, quei corpi quasi nudi, il buon odore che sprigionavano, erano un potente afrodisiaco che stordiva la mente e i sensi. La mattina era dedicata allo svago, al mare; la sera era riservata alla discussione, al confronto. Si riunivano, a piccoli gruppi, intorno a un fuoco. Si scambiavano le esperienze, il vissuto individuale, si discuteva sino a notte fonda sulla condizione della donna, sulle pratiche femministe, sul rapporto tra individualità e collettivo, sul potere, sulla delega, sul ruolo delle donne all’interno dei partiti e dei movimenti della Sinistra, sull’autonomia dalle organizzazioni politiche, sulla doppia militanza, ma anche sull’autocoscienza e l’inconscio, sull’utilità della psicoanalisi.

Quello che colpiva era la differenza rispetto alle normali riunioni dei collettivi femministi, dove spesso le donne manifestavano insicurezza, paura del giudizio delle altre, difficoltà ad aprirsi, perfino a parlare in pubblico. Al contrario, quelle riunioni erano libere da qualsiasi condizionamento. Nessuna paura, nessuna rivalità, nessuna competizione. Certo, a tutto questo contribuiva il contesto, di cui faceva parte un ottimo vino rosso locale. Un cannonau robusto, forte, che riuscivano a procurarsi a poco prezzo.

Fu nel corso di una di quelle serate che Stella prese la parola. Sino ad allora si era limitata ad ascoltare. La discussione aveva sfiorato il tema della violenza sessuale, approfondendo soprattutto gli aspetti normativi: l’unificazione del reato, il ricorso alla procedibilità d’ufficio, la possibilità per le associazioni di donne di costituirsi parte civile.

“Il mio nome è Stella”, esordì, con voce pacata, “e vorrei esprimere il mio pensiero. Gli aspetti normativi sono importanti, ma non toccano il cuore del problema.”

La perentorietà dell’affermazione aveva colto alla sprovvista l’uditorio, che si fece silenzioso.

“La nuova conquista del femminismo deve essere il contrasto alla violenza dell’uomo sulla donna. Sono convinta che questa, prima ancora che un problema di leggi e di inasprimento delle pene, sia un problema culturale. Dobbiamo concentrarci sulla violenza all’interno delle relazioni affettive, che trova le sue radici nella sottomissione della donna nella società patriarcale. Non so se avete fatto caso, ma il comportamento del maschio violento segue un cliché che si ripete inalterato. La donna viene prima umiliata, denigrata, svalutata di fronte ai suoi amici, alle sue compagne, ai suoi parenti, e poi viene stuprata. Se tutto questo è inaccettabile, lo è ancora di più il nostro, di comportamento”.

Ora l’attenzione era massima.

“Spesso siamo noi donne a lasciare da sole le donne. A lasciarle in balia di un maschio impotente, insicuro, aggressivo. Siamo noi donne che, codarde, preferiamo girare la testa dall’altra parte. Lo facciamo per quieto vivere, per esorcizzare una violenza che siamo sicure non colpirà noi, lo facciamo perché molte di noi la considerano qualcosa di ineluttabile, che hanno sempre conosciuto, forse all’interno della propria famiglia. La solitudine della donna è la precondizione perché l’uomo possa esercitare la sua malsana sopraffazione.”

In molte assentivano, altre esprimevano sorpresa, altre si sentivano interdette. Ma il bello doveva ancora arrivare.

Massimo Dadea

 

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