Trent’anni fa finiva il Pci. La storia amara del (mai nato) Partito della sinistra italiana

Si è persa l’occasione per costruire una nuova sinistra, moderna, capace di coniugare esigenze individuali e responsabilità collettive, di interpretare la giustizia sociale secondo il criterio dell’uguaglianza delle opportunità di accesso, piuttosto che dell’uguaglianza dei punti di arrivo. Una nuova sinistra capace di riunificare i percorsi politici e umani dei tanti militanti dispersi nei mille rivoli delle diverse appartenenze. A distanza di trent’anni di quel partito che fu il PCI è rimasto ben poco. Oggi a rischio scomparsa è la sinistra e con essa quello che rimane di una speranza, travolta da una pericolosa deriva populista e sovranista, razzista e xenofoba, reazionaria e fascista. Ma il discorso di Zingaretti su ius soli e ius culturae fa sperare in un nuovo percorso

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Il discorso di Occhetto alla Bolognina il 12 novembre del 1989

La Storia a volte compie un giro più lungo ed accidentato ma poi ritorna per presentarti il conto. Sono trascorsi trent’anni da quell’incredibile 1989. Nel mese di aprile la protesta degli studenti cinesi era stata soffocata nel sangue in Piazza Tienanmen dagli oligarchi del Partito comunista cinese. Il 9 di novembre il mondo assiste incredulo ad un evento epocale: la caduta del muro di Berlino, e con esso dell’impero sovietico.

Achille Occhetto, segretario del PCI, era in quei giorni assillato da un tarlo: doveva fare qualcosa, ma non sapeva cosa. Il 12 di novembre, in occasione della commemorazione dei fatti della Bolognina, il segretario del PCI manifestò, sia pure i modo confuso, la volontà di cambiare il nome del partito. In Sardegna, si era da poco conclusa l’esperienza della prima giunta regionale di sinistra e sardista, presieduta da Mario Melis, e da poco si era insediata l’ennesima giunta a guida DC, con i socialisti sempre e comunque al governo. Io, ero stato eletto per la seconda volta nell’Assemblea regionale.

Quella coda dell’anno 1989 era destinata a cambiare le sorti del mondo, e non sempre in meglio. Di sicuro cambiò il PCI, il più grande partito comunista dell’occidente, il secondo partito italiano. Si aprì in quei giorni un confronto interno aspro e dagli esiti incerti: la contrapposizione sul nome nascondeva una diversa concezione del nuovo partito riformista che doveva nascere dalle ceneri del PCI. Ha avuto inizio così un travaglio che ha finito per lacerare le coscienze ed anche le carni di tanti militanti che a quel partito avevano ancorato molte delle loro speranze e delle loro certezze.

Quel confronto si trasferì ben presto all’interno del partito in Sardegna: Luigi Cogodi da una parte, Emanuele Sanna dall’altra. Compagni che da sempre avevano militato fianco fianco, che avevano combattuto insieme tante battaglie iniziarono a guardarsi con sospetto. In vista del Congresso si affrontarono tre diverse mozioni: quella del segretario Achille Occhetto favorevole ad aprire una fase costituente che avrebbe dovuto portare alla nascita di un partito progressista e riformatore, nel solco dell’Internazionale socialista; quella di Natta, Ingrao, Angius, per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra, contrari ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione del PCI; e quella di Cossutta, da sempre vicino al PCUS, per una democrazia socialista in Europa, contraria alla liquidazione del partito.

La mozione Occhetto era maggioritaria in Sardegna. Più si avvicinava la data del XX Congresso, l’ultimo, e più erano  palpabili le tensioni. Le nuove appartenenze avevano da subito tracciato un solco profondo tra i compagni. Un clima di incertezza e diffidenza si era diffuso nel partito. Non poteva essere altrimenti visto che in gioco non vi era soltanto la sopravvivenza del PCI ma anche gli assetti di potere in Sardegna. In tutti vi era la consapevolezza che a essere messa in discussione non era soltanto l’appartenenza ad un partito a cui molti di noi avevano dedicato una parte importante della loro esistenza, ma anche quei valori, quegli ideali per i quali ci eravamo battuti. Lo spettro di una dolorosa scissione si faceva strada pericolosamente. Vi era la convinzione che qualcosa si stesse rompendo, forse in modo irreparabile, e che niente sarebbe stato come prima.

Si arrivò così al XX Congresso del PCI che si tenne a Rimini, dal 31 novembre al 4 dicembre 1991. Io ero delegato per la Federazione di Nuoro e aderivo alla mozione Occhetto. A Rimini in quei giorni nevicava. Ero arrivato direttamente da Roma, in treno, dopo aver partecipato a una trasmissione televisiva, Telefono Giallo di Corrado Augias, che andava in onda, in diretta, su Rai3. Il programma affrontava casi giudiziari e misteri ancora aperti o irrisolti. Il tema di quella puntata era “Faide sarde”, ma sostanzialmente si soffermava sui sequestri di persona in Sardegna. Oltre me, erano presenti in studio il giornalista Angelo De Murtas, l’avvocato Giannino Guiso, ed un ex sequestrato di Sassari.

Fu una esperienza interessante che mi fece capire la potenza del mezzo televisivo: l’indomani, a Rimini, furono in tanti a riconoscermi, a fermarmi, a chiedermi della trasmissione. Un piccolo siparietto che servì a farmi dimenticare, solo per poco, la drammaticità del momento che stavo vivendo.

Il Congresso si teneva in una sala enorme, spoglia, fredda. Il tavolo della presidenza era sormontato da un alto muro dipinto di rosso, forse a simboleggiare le resistenze che ancora si opponevano alla caduta dell’ultimo diaframma. La colonna sonora contemplava ancora l’Internazionale che, forse a causa di una pessima acustica, provocava una certa tristezza, subito coperta dalle note incalzanti e quanto mai ottimistiche di La storia siamo noi di Francesco De Gregori, e da quelle più suadenti di Imagine di John Lennon. La mozione di Occhetto, “Per il Partito Democratico della sinistra”, vinse largamente il Congresso.

Il dramma si consumò, però, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre quando, nella votazione per l’elezione del Segretario, a Occhetto vennero a mancare un pugno di voti per raggiungere il quorum. Il Partito Democratico della Sinistra nasceva sotto una cattiva stella. Lo smarrimento che colsi quella notte nello sguardo perso nel vuoto di Achille Occhetto, in quelle lacrime che solcavano un viso segnato dalla tensione di quei giorni tremendi, mi fecero capire molte cose della politica. La prima: la gratitudine in politica non esiste ed è velleitario ricercarla. La seconda: chi distrugge non può essere chiamato a ricostruire.

Achille Occhetto aveva avuto il grande merito di decretare, con largo ritardo rispetto ai tempi della Storia, la fine del PCI, ma questo non gli è stato mai perdonato, e soprattutto non sarebbe stato lui a costruire, sulle macerie del vecchio partito, il nuovo soggetto politico della sinistra riformista.

A dispetto della mia lunga militanza nel PCI, per una ragione o per l’altra, non ero mai stato delegato ad un congresso nazionale: ironia della sorte, l’unica mia partecipazione coincise con l’ultimo congresso. Il mio sostegno alla svolta di Occhetto derivava dalla speranza che il nuovo partito riformista della sinistra europea potesse nascere da una sapiente sintesi del meglio della storia e della tradizione del PCI con il meglio dell’esperienza dei partiti socialisti europei. Mi affascinava pensare che questo “nuovo inizio” potesse sviluppare l’idea di una “terza via” al socialismo: riuscire a fare quello che non era riuscito né alla Rivoluzione Francese né alla Rivoluzione d’Ottobre: costruire una società che sapesse coniugare libertà, democrazia e uguaglianza.

La mia speranza era che il nuovo soggetto politico riuscisse a mantenere quei tratti distintivi ed originali, che avevano fatto del PCI il punto di riferimento per quel vasto movimento di popolo che voleva cambiare l’Italia, che voleva costruire una società più giusta, più onesta, più pulita, più solidale. La nascita del PDS rappresentava la sola garanzia che non andasse disperso il meglio del patrimonio politico e morale del PCI.

Il PDS sarebbe dovuto essere un nuovo soggetto politico che faceva propria l’idea della democrazia come via al socialismo e della democrazia come mezzo e come fine, che spazzava via il centralismo democratico, e che avrebbe contribuito allo sviluppo di un processo di profondo rinnovamento della sinistra. Alla nascita del nuovo partito avrebbero dovuto concorrere correnti di pensiero diverse: socialiste, democratiche, cristiane, liberali-progressiste, e quelle che nascevano dal movimento pacifista, femminista, ecologista. Trovavano così finalmente cittadinanza, in modo pieno, una parte delle tesi che, nel 1956 – nel corso dell’VIII congresso del PCI – furono esposte da Antonio Giolitti, in una atmosfera di gelido silenzio, carico di attenzione. Quelle tesi, che tanto mi avevano affascinato e che tanto avevano contribuito alla mia formazione culturale e politica, avevano precorso i tempi, difatti sarebbero trascorsi trentacinque anni e ben dodici congressi nazionali, perché diventassero patrimonio di tutto il partito. La Storia, a volte, compie un percorso più lungo, ma poi ripassa a prendere i ritardatari.

Purtroppo, però, a dispetto delle buone intenzioni, molti di quei tratti distintivi che avevano reso unico e originale il PCI, sono andati irrimediabilmente perduti e forse non poteva essere altrimenti. La mia adesione alla nascita del PDS rappresentava il riconoscimento della giustezza della scelta che avevo fatto al momento in cui decisi di iscrivermi al PCI: non avrei mai rinunciato, in nome di una castrante disciplina di partito, al mio spirito libertario, anticonformista e antidogmatico, e soprattutto non avrei rinunciato alla mia autonomia di giudizio. Non avevo mai accettato sino in fondo che la vita interna del partito, e con essa i destini di tanti compagni, fosse regolata da una prassi, il centralismo democratico, che faceva sì che qualunque decisione del gruppo dirigente fosse il risultato di una mediazione defatigante, alla ricerca di un falso unanimismo che lasciava inalterate le differenze, e che spesso portava ad accumulare un ritardo inaccettabile rispetto ai mutamenti della società. Le decisioni prese in nome del centralismo democratico sono state spesso la causa di discriminazioni nei confronti di quei compagni non sufficientemente allineati al gruppo dirigente, mentre hanno costituito dei vantaggi innegabili per compagni spesso mediocri, ma funzionali a gruppi dirigenti altrettanto mediocri.

Nel momento in cui si concludeva l’esistenza del PCI, sentivo che la più soddisfacente definizione della mia militanza poteva sintetizzarsi in quello che forse era uno stridente ossimoro: sono stato un “comunista” libertario, o forse, da sempre, un “socialista” libertario. Ma questa mia “anomalia” aveva finito per diventare una sorta di maledizione che tanto aveva pesato in alcuni momenti cruciali della mia militanza. Ero stato per diciotto anni un dirigente del PCI che aveva considerato la libertà di pensiero come un valore individuale da mettere al servizio di una buona causa collettiva. Avevo riposto tante speranze in quel “nuovo inizio”, ma purtroppo, in tutti questi anni, si è andati avanti da un “nuovo inizio” all’altro: il PDS si è trasformato in DS che a sua volta è confluito nel PD.

Ogni “nuovo inizio” si è risolto nell’ennesima falsa partenza: oramai bisogna prendere atto, con rammarico, che il nuovo soggetto politico non è mai nato e che quello a cui fanno riferimento in molti, altro non è che il simulacro del partito che era stato delineato al momento del superamento del PCI.

Il rimpianto è ancora più lacerante se penso a quanto è avvenuto in Sardegna. Nella nostra isola il PD avrebbe dovuto assumere caratteri peculiari, persino originali. Il nuovo soggetto politico era stato concepito per mettere insieme le diverse culture che hanno segnato la storia della Sardegna: quella cattolica, quella comunista, quella socialista e quella sardista. Un progetto originale che da subito è stato amputato di una componente fondamentale: quella sardista. La tradizione culturale, storica e politica sardista si è ridotta ben presto a quel poco o tanto di sardismo diffuso che vi è nella società sarda e di cui la grande parte dei partiti, sia di destra che di sinistra, si sono strumentalmente impossessati.

Il pensiero e gli insegnamenti di Emilio Lussu, di Camillo Bellieni, di Luigi Oggiano, sono da subito rimasti fuori della porta del nuovo partito. La componente cattolica si è ben presto trasformata nella corrente degli ex democristiani, così come quella comunista è diventata quella degli ex PCI. Un peso eccessivo, e a tratti inquinante, ha avuto la componente socialista, che ha finito per marchiare il nuovo soggetto politico, trasmettendogli il virus delle correnti. Alla fine è passato il disegno di quanti hanno pensato di ricostruire, all’interno del PD, i vecchi partiti, sotto forma di correnti organizzate.

Il PD sconta, oggi, una sorta di peccato originale legato alla difficoltà che le vecchie culture originarie hanno incontrato a mescolarsi e a dissolversi. Le vecchie appartenenze si sono trasformate in eserciti gli uni contro gli altri armati. Gruppi dirigenti chiusi, autoreferenziali, interessati più a costruire le proprie carriere politiche ed elettorali, che a delineare e a radicare il nuovo partito. Un equilibrio paralizzante frutto di un compromesso tra due anime rivelatesi antitetiche: una riformista, di sinistra, aperta all’innovazione e al cambiamento, e una conservatrice sempre pronta a strizzare l’occhio alla peggiore destra, quella degli affari.

Si è persa l’occasione per costruire una nuova sinistra, moderna, capace di coniugare esigenze individuali e responsabilità collettive, di interpretare la giustizia sociale secondo il criterio dell’uguaglianza delle opportunità di accesso, piuttosto che dell’uguaglianza dei punti di arrivo, di superare le disuguaglianze che rendono diversi i cittadini di fronte a diritti costituzionalmente garantiti: diritto alla salute e a un ambiente salubre, diritto al lavoro e alla occupazione, diritto alla istruzione e alla conoscenza. Una nuova sinistra capace di riunificare i percorsi politici e umani dei tanti militanti dispersi nei mille rivoli delle diverse appartenenze o nella disperante delusione di chi si rifugia nel proprio privato o nello sterile astensionismo. A distanza di trent’anni di quel partito che fu il PCI è rimasto ben poco e forse è giusto così. Oggi a rischio scomparsa è la sinistra e con essa quello che rimane di una speranza, travolta da una pericolosa deriva populista e sovranista, razzista e xenofoba, reazionaria e fascista.

Massimo Dadea

P.S. Ho scritto questa nota prima dell’assemblea nazionale del Partito democratico e ho appena letto del discorso di Nicola Zingaretti e del suo impegno per lo ius soli e lo ius culturae seguito subito da una reazione scomposta della destra e, purtroppo, anche di Luigi Di Maio. La mia nota era dedicata a una ricostruzione di un percorso, quindi a eventi passati. Ma, se vogliamo lanciare uno sguardo al futuro (che ovviamente meriterebbe un ben più ampio ragionamento), devo dire che tornare alla difesa dei diritti fondamentali – e tra questi c’è certamente il diritto di essere italiani dei compagni di scuola dei nostri figli e dei nostri nipoti nati in Italia da genitori stranieri – è sicuramente un tratto importante di una nuova strada.

 

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