Tutti assieme ce la faremo, come nel dopoguerra: “Totus in paris”

Chi scrive nel 1945 non era più quello del ‘1939. Obiettivi, convinzioni e proponimenti s’erano profondamente modificati. In meglio ed in positivo – direi – perché quella guerra, con le sue paure, le sue infamie ed i suoi dolori, era risultata (se così si può dire) una sorta di efficace e salvifico lavacro.

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Un'immagine della campagna antimalarica in Sardegna

Si è sempre più convinti che superata questa pandemia da corona virus niente sarà più come prima. In Italia, in Europa ed anche qui in Sardegna. Perché quest’emergenza sanitaria, così drammaticamente sofferta ed emozionatamente vissuta, ci segnerà tutti profondamente. Non diversamente da quel che accadde nel secondo dopoguerra in cui ciascuno di noi – indipendentemente da età, sesso e condizione sociale – ebbe una sua palingenesi e si ritrovò del tutto diverso – per interessi, obiettivi e progetti di vita – da quel che era cinque anni prima.

Chi scrive, che visse proprio quegli anni (1939-1945), ne può offrire testimonianza e conferma, perché il Paolo del ’45 – lui, la famiglia, gli amici – non era più quello del ‘39. I suoi obiettivi, le sue convinzioni ed i suoi proponimenti s’erano profondamente modificati. In meglio ed in positivo – direi – perché quella guerra, con le sue paure, le sue infamie ed i suoi dolori, era risultata (se così si può dire) una sorta di efficace e salvifico lavacro.

Qualcosa di simile – lo si avverte – sembrerebbe ripetersi in questa nuova emergenza, dato che già ora – pur essendo ancora all’interno di un tunnel di preoccupazioni e di timori per l’accanirsi del virus – ci si sente “diversi”. Pare d’essere tornati in una zona di guerra, ed il nemico da affrontare è ancora più subdolo, perché è la stessa aria che respiriamo, l’amico che incontriamo, l’ufficio in cui lavoriamo, tanto da costringerci a stare chiusi in casa in un coprifuoco che è senz’ora d’inizio e di fine.

Paura e speranza si mischiano insieme e danno a ciascuno di noi la forza per resistere, per opporsi, per esprimere, insieme, una forza resistenziale contro il nemico furisteri, come avrebbe detto Giovanni Lilliu. Perché al di là d’ogni ragionevole e fondata preoccupazione, data dalla diffusione pandemica del corona virus, quel che si avverte maggiormente è una diffusa preoccupazione per quel che accadrà per via di questo nuovo mali ‘e su tiaulu giunto sempre – come nella nostra storia isolana – dal di là del mare. Come su mali furisteri (il colera), cussu franzesu (la sifilide) e is callenturas ispanicas (l’influenza spagnola). Perché anche in tempi lontani diversi secoli, quando la Sardegna era ritenuta un luogo sconosciuto e visitato da pochissime persone, quei virus maligni erano stati capaci di sbarcare e diffondersi nell’Isola diffondendo paura e morti.

Ed è per questo che il chiudersi in casa, il tenersi lontano da assembramenti, il troncare ogni contatto fisico, non può che essere il primo rimedio per sconfiggere il virus. Ed in proposito, cito anch’io come tanti in questi giorni, la vignetta di Makkox con cui presenta l’arrivo di un gigantesco corona virus nella piazza di una nostra città e trovandola deserta, getta un urlo “Ma dove cazzo siete tutti?”.

Questa separatezza che ci ha formalmente divisi, per proteggerci, ha così attivato in tutti noi una voglia di condividere gli stessi sacrifici e le stesse angosce, ma anche e soprattutto le stesse speranze. In quel gridare forte e chiaro “ce la faremo”, che rimbalza sempre più deciso nei messaggi sui social, accompagnato dai colori dell’arcobaleno o del nostro tricolore, se ne ritrova la chiara conferma. Perché mai prima d’ora ci si era sentiti uniti, ciascuno di noi con gli altri. Più italiani che mai.

Sembrerebbero attenuarsi le divisioni e le contrapposizioni politiche e localistiche, tanto da avere annullato quell’espressione – “gli altri” – che indica una condizione fortemente divisiva. Lo ha scritto con forte efficacia Walter Veltroni sul Corriere nei giorni scorsi; proprio quegli altri possono anche rappresentare un pericolo perché portatori, magari innocenti ed inconsapevoli, di quell’implacabile virus: eppure, proprio in queste difficoltà “mai come oggi abbiamo imparato ad amare gli altri. A sentire il bisogno di loro”. Impegnandoci a voler lottare insieme, a voler sempre coniugare i verbi del fare alla prima persona plurale.

L’apertura contemporanea delle finestre, il suonare ed il cantare insieme, applaudendo a Porto Torres come a Torino o a Pordenone, quasi fosse una vittoria degli azzurri ai mondiali di calcio, una vittoria augurale ed augurabile a breve, sono il segnale che non ci sono più gli altri, che siamo solo e soltanto NOI.

Per questo credo che all’uscita da questo tunnel infernale, tutti noi, sardi ed italiani insieme, non saremo più gli stessi. Perché il lavacro del dolore aiuta ad essere più buoni, più onesti, più consapevoli delle proprie responsabilità sociali. Comprendendo di dover essere diversi come capitò a Paolo nel post ’45. Sappiamo bene che non sarà facile ricostruire quel che la pandemia va distruggendo; sappiamo che occorrerà essere pronti a rimboccarsi le maniche ed a lavorare totus impari, tutti insieme e tutti eguali (senza più divisioni con “gli altri”), perché si ritorni al tempo della serenità, del benessere e del bene comune.

Non saranno giorni facili, ma domani, come già in quel dopoguerra, insieme, totus impari, “ce la faremo!”. Forza paris!

Paolo Fadda

Economista e saggista, già dirigente del Banco di Sardegna

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