Una “Granlatte sarda” per restituire al latte e al lavoro dei pastori il giusto valore

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La solidarietà ai pastori sardi (foto dalla pagina Facebook MPS)

«O ci viene riconosciuto un euro più iva per ogni litro del latte delle nostre pecore o non se ne fa nulla, e la nostra lotta continuerà ad oltranza»: è questa l’affermazione che abbiamo colto dagli schermi di una TV in un’intervista ad un pastore. A cui si è aggiunto il commento di un loro rappresentante che ha aggiunto «dite il prezzo lo fa il mercato? caz…ate: lo fa solo il lavoro, con la sua fatica ed il suo sudore». Seppellendo così, con voluta iattanza, quasi due secoli di cultura economica.

Si è quindi di fronte ad una linea dura, rigida, assoluta, senza se e senza ma, che rischia di sconfinare anche nell’arroganza e nell’ignoranza. Certo è che questa rivolta, con i suoi eccessi, troverebbe ragione sia nel profondo malessere che attraversa il mondo delle campagne, sconvolte dalla caduta dei suoi valori e principi tradizionali, oltre che – secondo altri – quale favorevole opportunità per ottenere favori ed aiuti dalla politica, resa assai debole per via dell’imminenza delle elezioni regionali.

Questa dei pastori sardi, al di là delle ragioni che l’hanno originata, è dunque una guerra – la guerra del latte, l’hanno battezzata i media – che come tutte le guerre deve avere un nemico. E questo, come da un secolo e mezzo a questa parte, è indicato negli industriali. Cioè in quanti utilizzano il latte ovino per trasformarlo in formaggi. Contro i quali si sono rivolte le stesse accuse del primo ’900, accusandoli d’avere organizzato un “cartello” (quello che gli inglesi definiscono trust), per bloccare il prezzo d’acquisto a 60 centesimi al litro.
Immemori, forse, che da allora ad oggi il settore ovino del lattiero-caseario è profondamente cambiato. Se nei primi anni del secolo scorso il settore della trasformazione era del tutto in mano ai privati (ed in gran parte forestieri, dagli Albano ai Bertolli, dai Castelli ai Locatelli), da una cinquantina d’anni in qua, oltre la metà del latte prodotto (che è pari a circa 280 milioni di litri) viene trasformato dal sistema cooperativo, cioè da una rete di caseifici sociali dove i pastori ne sono, oltre che gli stakeholders, i veri padroni. Cioè ne scelgono i dirigenti, ne indirizzano le attività e ne utilizzano vantaggi e profitti.
Per dirla ancor più chiaramente, sarebbero loro stessi a far parte di quel trust dei 60 centesimi contro cui vanno rivolgendo quella loro bellica rabbia. Cioè si starebbero facendo del male da soli.

Purtroppo, ed anche questo andrebbe considerato, ci sono fra i proprietari di quei tre milioni di pecore lattifere che pascolano in Sardegna, Pastori e pastori. Cioè quelli definibili con la lettera maiuscola – veri imprenditori con greggi assai numerose ed impianti tecnologicamente avanzati – e quelli indicati con la minuscola, che posseggono solo un piccolo gregge, come attività-rifugio, per godere dei benefici regionali e comunitari e per arrotondare, con la vendita del latte, il bilancio familiare. Si tratta, in gran parte, di piccoli commercianti ed artigiani, pensionati, impiegatucci, ecc.: secondo una stima abbastanza credibile riguarderebbe oggi circa il 20-25% della produzione lattifera.

Si tratta quindi di un comparto che, a nostro parere, viene condizionato da diverse anomalie. La prima, che può essere considerata come la maggiore, è data però dalla trasformazione casearia. Che è dominata, da sempre, da un monarca assoluto: il pecorino romano, destinato quasi prevalentemente, e da sempre, al mercato statunitense (un monoprodotto quindi per un monomercato). Un indirizzo che nel corso dei decenni è stato influenzato pesantemente da fenomeni esogeni, come le oscillazioni dei cambi con il dollaro USA, gli aiuti GATT, CEE, ecc. oltre che dalla comparsa, in quello stesso continente, di altri agguerriti competitors. Da qui un andamento dei prezzi fortemente instabile e ballerino.
Una seconda anomalia è data dal fatto che, da sempre, è il prezzo di mercato per Kg. riconosciuto al romano a determinare quello del litro di latte. Si potrebbe quindi convenire che sia proprio questo il fattore più critico della crisi attuale. Con il prezzo del romano che nel mercato USA quota ora attorno ai 5 euro per Kg. (dai 7/7,50 degli anni passati), e con i circa 6 litri di latte necessari come materia prima, appare chiaro che il sogno di un euro a litro diventi irrealizzabile, pena il default dell’intero settore della trasformazione.

C’è poi una terza anomalia che risulterà poi causa ed effetto delle prime due. Ed è la sovraproduzione. Sia di latte che di romano, con valori quantitativi che sovrastano di parecchio la domanda dei mercati. Da qui l’entità dell’invenduto che sommerebbe ad oltre 120mila quintali di romano (in valore sarebbero circa 10-12 milioni di euro, di cui quasi due terzi in capo ai caseifici sociali). Per dare delle cifre, si sarebbe formata una forte discrasia fra l’assorbimento possibile da parte dei mercati (stimabile attorno ai 250 mila q.li) ed il totale della produzione che risulterebbe superiore ai 340 mila q.li. Questo perché circa 200 dei 280 milioni di litri di latte ovino prodotto vengono oggi trasformati in pecorino romano, per circa il 60% dal settore cooperativistico (con i due terzi dei caseifici sociali che producono, e sanno produrre, solo romano). Perché c’è una regoletta antica che insegna che se l’offerta supera la domanda i prezzi scendono; se accade il contrario, salgono)

Ora, se questa ricostruzione, come pare, rappresenta lo stato dell’arte del settore, esso abbisogna di una decisa, radicale ed urgente azione riformatrice. Perché l’obiettivo dovrebbe essere quello di poter riconoscere alle aziende allevatrici un prezzo giustamente remunerativo (quell’euro e più rivendicato giustamente dai pastori).
Come tutte le azioni riformatrici dovrebbe però articolarsi in due tempi: il primo, di natura contingente, per riuscire a riportare pace al settore, anche attraverso una gamma di di interventi di soccorso “una tantum”; il secondo attraverso una profonda riforma settoriale, ad iniziare da quello cooperativistico, che andrebbe semplificato nella numerosità (in non più di tre o quattro stabilimenti) ed indirizzato decisamente verso una cultura manageriale e di strategie di marketing.

Le modalità? A parere di chi scrive si potrebbe prendere ad esempio quanto fatto in Emilia Romagna, per uscir fuori dalla grave crisi del settore caseario vaccino degli anni ’80. In breve, venne allora costituita, dall’insieme delle cooperative del territorio, una Società Cooperativa Agricola, aderente a Legacoop e a Confcooperative, con il nome Granlatte, con lo scopo di divenire socio di maggioranza di una neocostituita “Granaloro spa”, con in minoranza delle istituzioni finanziarie come banche e fondi d’investimento.
Lo scopo dell’esperienza Granlatte? Quello di poter entrare nel mercato del latte, e dei derivati caseari, con gli strumenti, le capacità, le mentalità e le esperienze delle aziende industriali capitalistiche (oggi il Gruppo Granarolo spa è leader di marca nel settore del latte fresco).

L’obiettivo per una Granlatte sarda? Quello di poter uscire fuori dalle strettoie del monoprodotto, introducendo un mix produttivo che comprenda, oltre ad un romano ridimensionato nelle quantità, nuove tipologie di formaggi dolci e da tavola, con cui aprirsi alla conquista di nuovi e differenti mercati. Per riuscire a raggiungerli, occorrerebbe che anche nel settore caseario sardo giunga, come accadde a Santadi nella cantina sociale, un Giacomo Tachis che rivoluzioni i vecchi ed obsoleti codici produttivi e lanci, con il latte ovino, un nuovo, rivoluzionario e superpremiato “Terre brune”.

Solo attraverso una revisione decisa ed urgente del settore – diretto e coordinato dalla politica – si potrà ridare il giusto riconoscimento alle fatiche ed ai sudori del mondo pastorale. Infine una confessione di chi scrive. Si sono sviluppate queste osservazioni critiche ed indicate queste possibili soluzioni riformatrici perché i Pastori sardi (quelli con la loro maiuscola) non meritano le solitudini, le sofferenze e le difficoltà di cui oggi soffrono. E vanno risarciti anche attraverso la collaborazione e l’appoggio di tutti i sardi di buona volontà.

Paolo Fadda

 

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