Una mattina a Simala, tra le viti

di Annachiara Atzei. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Simala, tra le viti

Le viti correvano parallele alla strada. Allora, arrivato il tempo della vendemmia, ti alzavi presto e andavi nella campagna poco distante dal paese a vedere se l’uva era matura. Avevi le mani grandi, che sfioravano le foglie, e i tuoi occhi riconoscevano le striature degli acini che diventavano d’oro al primo sole di settembre. Tutto ciò che sapevi della vigna te l’aveva insegnato tuo padre. Sapevi quando era il momento di scalzare la terra dai ceppi e quando recidere i rami secchi da unire in fascine. Sapevi quando i grappoli erano pronti per essere colti. La tua voce era un po’ roca e tante volte mi portavi con te. Mi piaceva starti intorno. Avevi appresso un cesto e le forbici grosse e ti chinavi sui nodi e i viticci. Nell’aria c’era ancora il profumo dell’estate passata poco prima e le giornate si erano fatte un po’ più brevi.

La via, oltre il fosso, era percorsa da pochi: era la nostra strada e di quelli che andavano nei loro poderi per tagliare l’uva. Vendemmiare era una grande fatica e una grande festa. La tenuta mi sembrava immensa e, nonostante questo, non avevo mai paura di stare sola perché sentivo affondare i tuoi passi. Di fronte ai filari si trovava un fico: un albero ombroso che sembrava vegliare le altre piante. Ai miei occhi, era il custode del vigneto. Quelle mattine, correvo tra le linee verdi sotto il sole già caldo e sollevavo un nugolo di polvere che rendeva grigie le mie gambe nude. Sparivi tra i ceppi mentre mi divertivo a inseguirti e di tanto in tanto ti ritrovavo inginocchiato a tagliare qualche raspo. Poi, ti perdevo di vista di nuovo. Mi dicevi che dovevo sedere all’ombra e aspettarti di là, sotto il fico. Prima che tornassi trascorreva un tempo infinito. Intanto, io giocavo con un filo d’erba o con qualche fiore. Sotto l’albero, la pietra aveva la forma di un sedile spazioso dove potevo restare. Salivo sul masso e con le mani mi facevo ombra sul viso, per vederti. Sollevavo gli occhi e il cielo era l’azzurro tra il fogliame, era un orizzonte alto dove si muovevano nuvole bianchissime. Allungavo le dita, in bilico sulle punte dei piedi, e prendevo un frutto un po’ rigato dai raggi. Era dolce e lo sentivo scricchiolare sotto i denti. Una lunga scia di formiche correva sul legno e ciascuna sembrava portare un messaggio alle altre della fila. Da quella prospettiva, le zolle apparivano come le increspature del fondo scuro, come se formassero un mare arso che conoscevo bene. Salutavi dal limite del filare e il tuo sorriso non era mai incerto. Era il tuo modo di dire tra poco si va a casa. Così, indicavi un punto lontano come a dire stanno arrivando le tortore. Poi venivi verso di me, vicino alla pietra. Le mani appiccicose non potevano nascondere i miei giochi durante il tempo in cui ero rimasta da sola. Anche tu staccavi un fico dalla pianta, con la sua goccia bianca, e lo addentavi com’era, per sentirne il sapore estivo. A quell’ora, il cesto che avevi portato con te era ormai pieno di frutta buona da mangiare ed eri soddisfatto di quel piccolo raccolto. Sedevi con me e la tua fronte era umida e distesa ed era come se in quell’attimo ricordassi tutti i tuoi anni. Bevevamo da un bicchiere che conoscevo bene, che era sempre là, tra le tue cose, avvitato alla tua borraccia verde. Da quella prospettiva, la fine dei filari era una lunga fuga e nella mattina che si era fatta tarda gli insetti ronzavano intorno. Mi prendevi per mano e nella ruga sulla guancia c’erano le ore trascorse insieme.

Mi sveglio dal sogno. Apro gli occhi nella città di mare in cui vivo e il paese è il ricordo tenero della campagna, delle viti intorno alle poche persone. Ora, Simala ha lo stesso suono, lo stesso salutarsi, e qualche vigna c’è ancora. E ci sono ancora gli uomini chini nel giro del vento, fino alla sera lenta e fino alla notte con le stelle brillantissime. Guardarmi le mani è come avere imparato a essere paziente, come guardare qualcuno che non c’è più, come guardare il fico e i filari. Chiudo gli occhi ancora un po’, per non lasciare andare, e sono lì di nuovo.

Annachiara Atzei svolge la professione di avvocato civilista a Cagliari. Scrive per la rivista Antas, storie e personaggi della cultura sarda. È coautrice del volume Sardegna al femminile – storie di donne speciali e del libro Grazie, nonni!, pubblicati insieme all’Unione Sarda. Ha collaborato con la rivista web La donna sarda. Ama la poesia.

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