Un’authority regionale per contrastare la burocrazia-lumaca

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Per quel che molti sostengono, si è di fronte, qui in Sardegna, ad un’evidente separazione tra “Regione politica e Regione burocratica”. Due separati “in casa” che, da un po’ di tempo in qua, procedono su percorsi, con passi e con tempi molto differenti e distanti. Nel senso, per essere chiari, che tra un provvedimento politico e la sua attuazione burocratica si forma un pericoloso sfasamento temporale, misurabile, talvolta, in diverse decine di mesi.

Infatti le capacità di spesa della Regione soffrono ormai di un’esasperante lentezza, per via proprio della farraginosità che leggi, regolamenti e procedure ne complicano e ne frenano le decisioni. Certo, questa criticità non è imputabile soltanto alla burocrazia, ma dipende anche da fattori esterni. Nel senso che appare condizionata dai tanti controlli interni (dalle magistrature contabili a quelle ordinarie) che ne complicano e ne intimoriscono le decisioni. In più, con le loro interferenze, non sempre comprensibili, creano incertezze e provocano timori.

Ora, se l’etimologia del termine “burocrazia” (letteralmente vuol dire potere degli uffici, secondo il suo coniatore, l’economista francese Vincent de Gournay) dovrebbe essere sinonimo di efficienza, rapidità e competenza, quel che si riscontra è, purtroppo, l’esatto contrario, di fatto una forza condizionante e frenante al buon governare.

Affetta anche di prolissità e di ridondanze, tanto che comunicare la chiusura degli uffici per una settimana verrà pubblicata una “determina” di ben tredici (sic!) pagine, con una ventina di “premesso che, atteso che, visto che…”, prima di formalizzare la banale decisione. Metafora impietosa di una degenerazione formalista che va debilitando, come un tumore maligno, l’intera organizzazione burocratica. Aveva certamente molta ragione Marcello Marchesi, l’umorista che Setzu va ricordando affettuosamente in questi giorni, allorché segnalava che in cima alla piramide burocratica si fosse insediato l’UCAS, l’Ufficio complicazione affari semplici…

Andrebbe aggiunto a maggior comprensione di queste criticità, che, per via dei concorsi bloccati, la burocrazia appare invecchiata, ed anche demotivata, più attenta agli avanzamenti economici e di carriera che all’espletamento delle funzioni ed all’efficienza decisionale. Tutto ciò va provocando una situazione del tutto paradossale: infatti, se gran parte dei nostri corregionali appare scontenta dei burocrati regionali, questi ultimi sono, a loro volta, scontenti del come sono costretti ad operare. Spesso anche frustrati da certe scelte della politica, rispondenti sempre meno a premiare il merito e sempre più a valorizzare l’appartenenza e l’ubbidienza partitica.

Si potrà uscire da questa critica situazione? In teoria certamente sì, ma nella pratica, la soluzione diventa molto complessa e complicata. Per le resistenze corporative interne e, non secondariamente, per via delle debolezze, se non proprio per le disattenzioni, delle varie Giunte di governo. E questo nonostante siano ormai quasi quotidiane le lamentazioni che istituzioni, imprese ed associazioni esprimono pubblicamente per i ritardi biblici consuntivati nel disbrigo delle pratiche regionali.

D’altra parte, per porre rimedio ad una siffatta situazione occorrerebbero dei tempi lunghi ed un decisionismo difficili da trovare. C’è quindi la necessità di mettere in campo dei rimedi straordinari, perché la Sardegna ha bisogno di ritrovare una capacità d’interventi rapida ed efficace. Ed è per questo che si potrebbe pensare ad una sorta di by-pass degli attuali cortocircuiti burocratici con la costituzione di una sorta di authority regionale che si faccia carico di tutto quel che riguarda lo sviluppo economico. Dal censimento delle disponibilità (europee, nazionali, regionali) alla promozione degli investimenti; dalla destinazione dei fondi e dei sostegni fino alla regolazione delle competenze.

Un esempio? Qualcosa come la prima Casmez, quella degli anni ’50, cioè una “tecnostruttura” leggera, di non più d’una trentina di addetti, tutti d’alta professionalità e competenza, capace di indicare e di predisporre le priorità d’intervento e la scelta degli obiettivi, in modo da ridare vitalità all’economia su base regionale. O, per andare fuori d’Italia, si potrebbe pensare ad un modello come l’AFD francese, l’ente pubblico dedicato a sostenere lo sviluppo industriale in territori svantaggiati, oltre che istituto finanziario erogatore di contributi e assistenze.

Sono idee, forse anche di difficile realizzazione, ma che rispondono alla necessità di ridare efficienza e competenza ad un’organizzazione pubblica che supporti e rilanci una “vera” politica di sviluppo.

Paolo Fadda

 

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