Uta lava più bianco

di Raffaela Pani. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Con Giovanna abitavamo nello stesso vicinato: via San Leone, trecento metri di strada rettilinea, tantissime case campidanesi dove, negli anni Cinquanta, abitavano circa duecento bambini che tutte le sere lo animavano con i giochi fatti per strada. Giovanna aveva qualche anno in più di me, io e tante altre bambine frequentavamo la sua casa per giocare con le sorelle più piccole e per ascoltare is contisceddusu che tzia Maria, sua mamma, raccontava in modo così avvincente da farci restare tutte con il fiato sospeso.

Un giorno Giovanna e Antonella, la sorella più grande, erano state a Cagliari per fare acquisti, al rientro fecero il giro del vicinato invitando tutti a casa loro per vedere una polverina eccezionale, comprata in città, che riusciva a pulire il bucato senza fatica. Utilizzando questo prodotto, la biancheria si lavava da sola, senza dover sfrigongiai, senza usare, dunque, il sapone. Così c’era scritto sulla scatola:
“ OLÀ fa il bucato bianco… bianchissimo”.

La notizia si diffuse anche in altri vicinati e dopo appena mezz’ora il cortile di zia Maria si riempì di curiosi, donne, vecchi e bambini. Eravamo nel 1957 e le donne di Uta, il mio paese, facevano il bucato lavandolo con il sapone di Marsiglia e con la varechina che compravano da signor Mario. Una volta alla settimana signor Mario passava per le vie del paese con la sua apiscedda e con l’utilizzo di un rudimentale microfono invitava le donne ad acquistare i suoi prodotti. Accompagnava l’invito all’acquisto con una versione della canzone in voga in quegli anni, che ascoltavamo alla radio: Marina, Marina, Marina, sapone e varechina venticinque la bottiglia di prima qualità. Le donne accorrevano in tante e compravano.

Per lavare i panni molte donne si recavano, con la bacinella piena di biancheria appoggiata sulla testa, a S’arriu Nostu, un piccolo fiumiciattolo che scorreva poco distante dal centro abitato. L’acqua era quasi tiepida e loro, scalze, con le gonne arrotolate sopra le ginocchia, sceglievano il sasso più adatto a sfrigongiai o, per poter lavare con più facilità, portavano da casa su tabeddu di legno costruito da tziu Angelino Manca o da tziu Giuseppi Solla, i due artigiani del Paese cui si rivolgevano per farsi costruire questo utilissimo attrezzo, e, cantando e pettegolando dell’ultimo avvenimento del paese, lavavano i panni.

D’estate, invece, quando nel piccolo fiume non scorreva più acqua, dovevano, pagando, recarsi nell’orto di tziu Bissenti Angioni, che aveva fatto costruire nella grande vasca (sa brazza) del suo orto tanti tabeddus in cemento in modo da poter avere tutti i giorni molte clienti. Le mogli dei contadini che possedevano orti erano, invece, più fortunate perché per fare il bucato non dovevano stare con i piedi nell’acqua del fiume, ma sfrigongiavano i loro panni in su tabeddu di cemento che i mariti provvedevano a far costruire sopra la brazza del proprio orto.

Quel giorno Giovanna venne anche a casa mia per invitare mia madre e le mie sorelle più grandi, io le seguii e mi intrufolai tra i primi spettatori. Ero troppo curiosa di vedere l’esperimento. Giovanna fece vedere la scatola contenente il detersivo e cominciò a spiegare il modo di usarlo: bastava mettere la biancheria dentro la bacinella piena d’acqua, aggiungere due cucchiai di detersivo, lasciare il tutto in ammollo per un po’ di tempo e dopo bastava solo risciacquare nell’acqua pulita ed ecco fatto. Eravamo lì tutti curiosi aspettando di vedere il risultato. Passato il tempo necessario Giovanna tolse la biancheria dalla bacinella, ma ahimè, questa non era proprio pulita. Fu necessario comunque sfrigongiai per renderla pulita.

Tziu Giovanni, un vecchietto che come me si trovava tra i primi spettatori, quando vide che l’esperimento non era riuscito, si rivolse a Giovanna e a tutte le donne presenti, e disse:
Oi Oi! Mi siada di osattrusu, incappas chi no poneis ollu de guidu, caras femmias, su traballu assou no si faid” (per avere tutto pulito, care donne, ci vuole olio di gomito).

Ma, anche se non lavava i panni da solo, il detersivo aiutava davvero. Da quel giorno quasi tutte le massaie del paese cominciarono a usarlo. Era anche pubblicizzato su Carosello da Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, nei pochi televisori in uso in paese: Olà, Se lo usi lo sporco se ne va.

Per assistere al miracolo del bucato che si lava da solo, abbiamo dovuto aspettare gli anni Sessanta e l’arrivo della lavatrice. Giovanna dopo qualche anno si sposò, andò ad abitare in un altro paese e sono convinta che sia stata una delle prime persone ad acquistarla. Coronando, una decina di anni dopo, il sogno di smetterla finalmente di sfrigongiai.

Raffaela Pani

Nata a Uta nel 1948. Pensionata. Ex impiegata civile della Marina Militare e del Tribunale Militare di Cagliari. Con il racconto Il caffè all’americana nel 2002 ha vinto, a San Zenone al Po, un premio speciale dedicato a Gianni Brera; nel 2003, con lo stesso racconto, il secondo premio Caffè Moak a Modica. Un suo racconto, Quel pomeriggio di agosto, è presente nella raccolta Nuraghe Beach curata da Flavio Soriga.

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