Vallermosa, basilico e silenzio

di Elisabetta Pau. Isole minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Vallermosa, una via del paese

“A Vallermosa si è sempre detto: Biddaramosa, arrica de figu morisca e pobera de onnia atra cosa” raccontò mia madre un giorno, e quando le chiesi il significato nascosto di questo detto, lei rispose con schiettezza: “A Vallermosa non c’è nulla, soltanto fichi d’India”. Ci rimasi male e ripensai più volte a quelle parole. Quel “non c’è nulla” io non lo capivo perché a me, che vivevo a Cagliari e qui venivo a trascorrere l’estate, pareva tutto bellissimo: il cortile, le galline e il pozzo con il mazzetto di prezzemolo calato giù con uno spago per tenerlo fresco, i giri con la bici, i giochi per strada, e le notti d’estate seduti con i vicini fuori dalle abitazioni a raccontare storie e pettegolezzi.

Da casa di nonna si sentivano le canzoni del juke-box del bar di ziu Tanu. Alcune botteghe, il mulino, un consorzio, nessun supermercato. Il latte lo andavamo a prendere con il pentolino nelle case dei pastori a fine giornata, la mattina invece bisognava stare attenti a sentire il richiamo dei venditori ambulanti di casalinghi, abbigliamento, verdura, galline e pulcini. Le persone in strada mi salutavano pur senza conoscermi e tutti gli adulti erano zii anche senza essere miei parenti. Avevo molta libertà perché non c’erano grandi pericoli. La notte si dormiva con i cancelli aperti e le biciclette potevano essere scordate in strada poggiate ad un palo; tanto l’indomani erano ancora lì, con un po’ di brina sul sellino. Cosa mi poteva mancare, l’Upim? Era più divertente quando arrivava “su cidresu” a vendere varechina e tanto altro. Oppure Il mare? Mi divertivo di più ad andarci la domenica in corriera, con la corsa solo estiva per Porto Pino, dove si cantava per tutto il viaggio. Certo, con quel nulla si intendeva mancanza di lavoro, di opportunità, ma, a quei tempi, chi non studiava, si arrangiava lavorando nell’edilizia, in campagna o facendo lavori stagionali.

Non so il perché di questo nome, perché hermosa, ma so che Vallermosa ha sempre avuto una bell’aria e una popolazione amabile. Tra gli anni anni ‘70 e ‘80 un gran viavai, i primi viaggi in India e la curiosità del nuovo, avevano creato un contatto con il movimento hippie, alcuni di loro si stabilirono qui, persone stravaganti, come Fiore o Mario il tedesco che andava in giro con l’asino. Stupirono, ma non suscitarono grave indignazione tra gli abitanti bel paese.

Erano anni in cui si usciva a passeggiare nello “stradone”, la statale che collega il Sulcis Iglesiente con la 131 e che attraversa il paese, una strada importante dove è passato di tutto: dalle pecore della transumanza, ai camion puzzolenti con gli scarti di barbabietola che partivano dallo zuccherificio di Villasor. Dopo la cena di nuovo al bar o in piazza a discutere. La monotonia delle giornate, nella bella stagione, veniva interrotta dalle grandi feste per onorare i santi, che ancora oggi in qualche modo resistono; o dalla festa de l’Unità, che invece è scomparsa per sempre. Erano giorni di grande fervore, ci si preparava, ci si faceva belli, era un’occasione per indossare un vestito nuovo. Tornavano gli emigrati, attesi da tutti, arrivavano con le loro famiglie, raccontavano le novità e il paese si riempiva di gente. Nascevano nuovi amori. Corrado stupiva ognuno di noi con il lancio del boomerang nell’anfiteatro.

Oggi a Vallermosa ci vivo, ormai ci vivo da vent’anni. Ora è più difficile, il paese si spopola, molte case sono in vendita o abbandonate, non c’è più il grande albero di more di gelso. Le passeggiate nello stradone non si fanno più. Non tornano gli emigrati, non c’è più il mulino, né il forno. È chiuso persino il bar di Bona, un bar vecchia maniera, dove non c’è mai stato il televisore o le macchinette mangiasoldi e dove si entrava anche vestiti con gli abiti da lavoro. Fino allo scorso anno in alcune ore c’era chi suonava la chitarra. Appesa al muro una grande cartina della Sardegna. Mi piaceva quel bar, ci si poteva sedere e stare anche zitti, oppure dire qualcosa e diventava argomento partecipato.

Forse adesso a Vallermosa non c’è davvero nulla, i cancelli chiusi servono a tenere appesi i cartelli con scritto “vendesi” però c’è sempre una bella campagna, c’è silenzio, nei cortili il basilico, i morti si accompagnano a piedi in cimitero, ci si saluta, ci si incontra guardandosi con odio o amore o quello che è, ma è tutto vero di fronte ai miei occhi, quel nulla è realtà spietata, senza finzione come piace a me.

Elisabetta Pau

Abita nella campagna di Vallermosa, un paese con meno di 2000 abitanti. Lavora part-time in un negozio a Cagliari, ma principalmente è una cercatrice. Cerca avvenimenti, persone, cose che le facciano venire voglia di scrivere le storie che talvolta legge, da diversi anni, a un pubblico interessato. La sua formazione, i laboratori di narrazione, lettura, racconto orale e poi la sua vita, da sempre divisa tra il paese e la città, due mondi diversi da cui, forse, nasce tutto quanto.

9 Commenti

  1. Cara Elisabetta, abito in un paese limitrofo a Vallermosa. Pure io ho vissuto per più di 20 anni in città e poi sono tornata “a casa”, nostalgica. Ti ringrazio per le emozioni che mi hai fatto rivivere in questo articolo. Pure io non ritrovo più quelle magie legate ai vecchi modi di vivere ma ho scelto di rientrare per consacrare comunque quei luoghi anche se col mio nuovo vivere ma senza scordare mai quello che era prima, a cominciare dal profumo del fieno. Grazie.
    Roberta

    • Roberta cara, siamo vicine quindi, di casa e di animo. Anche tu attratta dalla vita semplice che si vive in un piccolo centro, un po’ ritirata, un pò in disparte da tutto quanto. Sentirai quindi anche tu il senso di abbandono che si respira, ma sentirai anche quel profumo di dignità che insieme all’odore del fieno, come tu dici, è nell’aria qui. Mi piacerebbe fare una chiacchiera con te.

    • Roberta cara, siamo vicine quindi, di casa e di animo. Anche tu attratta dalla vita semplice che si vive in un piccolo centro, un po’ ritirata, un pò in disparte da tutto quanto. Sentirai quindi anche tu il senso di abbandono che si respira, ma sentirai anche quel profumo di dignità che insieme all’odore del fieno, come tu dici, è nell’aria qui. Mi piacerebbe fare una chiacchiera con te.

  2. Ciao Elisabetta, non so se ci siamo mai incontrati ma dopo aver letto questo articolo è come se ci conoscessimo da tanto. Anch’io ho passato parte dei miei anni verdi a Vallermosa e conservo un ricordo bellissimo delle vacanze che ci passavo d’estate con i miei amici d’infanzia. Tutto era una scoperta entusiasmante, la gente cordiale con cui mi intrattenevo a chiacchierare nelle mureddas,le scorribande con la bici scassata, i monti vicini, fonte di avventure infinite. Era tutto dovuto all’età? Può darsi ma di quei posti, della gente che ho conosciuto conservo un angolino speciale nel cuore. Grazie per i ricordi.

    • Ciao Luciano, sono contenta che Vallermosa ti abbia lasciato un bel ricordo. Però a pensarci ci puoi sempre tornare, un giro in bici è bello da fare anche adesso, qualcuno con cui chiacchierare lo trovi senz’altro e i monti sono ancora vicini.
      Come già detto, molte cose sono cambiate, altre sparite, ma ce ne sono altre, ancora piacevoli, che resistono.
      Se verrai cercami e ti offrirò da bere, d’altronde ci conosciamo da tanto, non è cosi? Saluti cari

  3. Ciao Elisabetta, ci siamo incontrate a Vallermosa varie volte, forse non ti ricordi di me. Ho appena finito di leggere “Vallermosa, basilico e silenzio”. Leggerlo è stato un vero piacere, ho gustato ogni frase, ogni parola, pur non essendo di Vallermosa ho provato una grande emozione. Grazie Annalisa.

    • Ma certo che mi ricordo di le, Grazia! l’esperta di erbe!
      Sono contenta che le sia piaciuto il racconto che ho scritto e la ringrazio davvero per le sue parole gentili.
      Sono convinta peró, che le emozioni si provano per merito di chi scrive ma anche di chi legge, perché ci si emoziona quando si ha un cuore allenato ad allargarsi per contenere di più, quando l’occhio è abituato a raccogliere i particolari, quando la mente sa conservare.
      Tutte cose che lei è abituata a fare mossa dalla passione per le erbe. Un carissimo saluto

  4. Ciao Elisabetta,

    Sono nato e cresciuto in un piccolo paese del centro Sardegna. Successivamente mi sono spostato a Cagliari per frequentare l’università. Dopo la laurea, per ragioni di lavoro ho girato un po tutta la Sardegna. Da vent’anni mi sono definitivamente stabilito a Cagliari con la mia famiglia.
    Ho fatto questa premessa per smitizzare il luogo comune secondo cui in Sardegna la vita è
    completamente diversa a seconda che si viva in “Campidano” o in “Cab ‘e susu”.
    In realtà le cose che hai raccontato sulla vita a Vallermosa durante la tua infanzia, corrispondono esattamente alla esperienza della mia infanzia vissuta in un paese del nuorese.
    Lo stesso cartello pubblicitario che si vede in foto è identico a quello che campeggiava nel bar del mio paese.
    Ho invitato mia moglie a leggere anche lei il tuo articolo e, insieme, ci siamo emozionati. Credo che quelli di noi che hanno avuto la fortuna di vivere quella esperienza di vita, debbano sentirsi dei privilegiati. I nostri figli non hanno avuto questa fortuna.
    Purtroppo, per motivi di lavoro, non posso vivere stabilmente in paese. Ci torno ogni tanto quando posso, anche se tutto ora mi sembra diverso da allora. Talvolta provo un senso di spaesamento per un luogo che non sempre riconosco come quello dei miei ricordi.
    Complimenti per la tua scelta di vivere, almeno una parte del tuo tempo, in paese. Sono queste scelte che possono davvero contrastare lo spopolamento in attesa che in futuro, chissà, la situazione possa cambiare e i nostri piccoli centri possano riprendere a vivere più belli che in passato.
    Un saluto
    Giorgio

  5. Ciao Giorgio, che piacere leggere ciò che mi scrivi, mi comprendi, hai saputo leggere anche le parole che non ho scritto, ma che sono lì appena dietro le altre.
    Anche io comprendo te quando dici “un senso di spaesamento” la parola che hai scelto,” spaesamento”, cioè senza paese, dice tutto.
    Ma hai sentito quel raro e prezioso silenzio? Hai dato un occhiata ai cortili? Ci troverai il basilico di sicuro anche lì, oppure qualche altra cosa di familiare, semplice ma vera come piace a me e a te.
    Un caro saluto a te e a tua moglie che a pensarvi a leggere il mio scritto e ad emozionarvi insieme, come dici, mi viene il lucido negli occhi .

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