Vent’anni ad Ales

di Carlo Sulis. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Ales in una foto di Myriam Mereu

Ero già stato ad Ales. Molti anni prima, come interno al collegio vescovile di Monsignor Tedde. Pochi mesi, un’esperienza poco piacevole per un bambino che necessitava ancora delle coccole materne e dell’aria di casa. Il destino volle che vi tornassi poco più che ventenne, nel 1963. Dopo molto peregrinare nelle scuole della zona avevo avuto l’incarico alle scuole elementari del paese.

I primi mesi viaggiavo ogni giorno da Oristano, partenza poco dopo l’alba e rientro a metà pomeriggio. Al termine della lezione attendevo per oltre un’ora l’arrivo de su postali (la corriera) e mi rifugiavo nel bar dei fratelli Zucca, uno dei tre “centri sociali” del Corso, di fronte alla fermata della Satas. Mi sedevo su un tavolino d’angolo, osservavo il movimento del locale. Ragazzi della mia età, impiegati, operai, facevano comunella davanti al bancone in giri di vernaccine e Campari. Mi sembrò una bella cosa, un segno di unione e coesione sociale.

Alcuni mesi dopo, per evitare la sfacchinata giornaliera, presi una stanza in affitto da Tzia Tomasa, dove poi rimasi diversi anni. Mio padre caricò sulla sua Fiat Belvedere i pochi bagagli che mi portavo appresso e io dietro con la fedele Lambretta.

La prima quindicina della mia permanenza da residente non fu entusiasmante. Scuola, pranzo, camera. Non uscivo, non conoscevo nessuno, non sapevo dove andare. Eppure desideravo unirmi a quei ragazzi che nei primi tempi avevo visto al bar all’ora degli aperitivi. Ero timido, mi sentivo in imbarazzo. Anche a scuola. Poi per fortuna mi prese sotto la sua ala protettrice una collega che all’incirca aveva la mia età. Con altri colleghi, la sera, mi invitava a casa sua per giocare a pinella. E così cominciai ad allargare il giro delle conoscenze.

Una sera entrai per una birra nel bar di Aldo, oggi Casa Natale Antonio Gramsci. Il locale era affollato, trovai posto alla fine del bancone. Vidi persone già viste, ne riconobbi anche le voci. Mentre aspettavo la birra un giovane mi si avvicina: “Ciao, sono Alberto. Ti ho visto spesso al bar di Zucca che aspettavi la corriera. Cosa ti posso offrire?”.

Mi presentò altri amici suoi, raccontai di me e loro fecero altrettanto. Si stava avverando ciò che avevo desiderato: fare parte della cricca. Giorno dopo giorno, diventai uno di loro.

Ad Ales (Abas), in quegli anni, era un vivere semplice, fatto di quei piccoli episodi che contraddistinguono i mondi di paese. I soliti pettegolezzi per riempire le ore vuote. Le lingue taglienti e pronte, su tutto. Un collega chiamato bonariamente sa pìbera per la sua mordacità. Il tabaccaio a cui non sfuggiva nulla di quanto accadeva, sempre pronto a ricamarci sopra. L’anziano comunista di ferro, tziu Ninu, che si vantava di essere stato mandato in gita in Russia per meriti politici. L’ala democristiana che tra una messa e l’altra non disdegnava di mettere il becco nella timida prurigine locale. I due autonoleggiatori che viaggiavano ogni giorno su Cagliari e si rubavano a vicenda i clienti con espedienti degni dei migliori agenti segreti.

In breve mi ci ero immerso, in quella realtà, ne ero diventato parte. E mi staccavo gradatamente da Oristano, che non sentivo più mia. Capivo l’operosità di questo paese per lo più di muratori, ammiravo la serietà degli abaresus nel lavoro quotidiano. In campagna si vedevano i contadini con la schiena china su una terra non sempre prodiga, nei ricoveri delle greggi fuori paese si mungeva il latte e si faceva il formaggio. Niente supermercati, solo botteghe dove trovavi dal pane ai chiodi, al carburo, ai sacchetti di cereali. E molti compravano ancora a libretto.

Erano i tempi in cui Ales poteva vantare la sede vescovile, le scuole magistrali che attiravano studenti anche da paesi lontani, la tenenza dei carabinieri, la pretura, l’ufficio delle imposte e del catasto, il consorzio agrario. Era, insomma, il centro della Marmilla.

Ma in paese ci si divertiva anche. Magari con poco ma ci si divertiva. Bicchierate con gli amici, le vasche del corso e le immancabili oghiadas (sguardi) alle ragazze. Le prime cotte, i primi approcci non sempre andati a buon fine. Bastava un giradischi per organizzare una serata danzante, a ognuno la sua quota e le bevande erano a disposizione. Le scampagnate nei boschi di Acuafrida a cambara fata (tutti insieme), come si era soliti dire. Nelle notti d’estate le cantate a Villa Miranda sotto un cielo ancora esente da inquinamento, con la spensieratezza della gioventù.

Cominciò a prendere forma concreta il Comitato Gramsciano, con qualche timida manifestazione oltre all’annuale corona commemorativa. E arrivò l’evento della costruzione della nuova Piazza Gramsci, con la scultura di Giò Pomodoro. Furono mesi di discussioni non sempre pacifiche, di arrivismi non troppo velati, di ripicche causate da diatribe che si credevano sopite e che invece covavano ancora sotto la cenere. Comunque la piazza si fece, e il 1° maggio 1977 ad Ales arrivarono migliaia di persone, per l’inaugurazione nel quarantesimo anniversario della morte del pensatore sardo.

Nato ad Oristano, vent’anni ad Ales, da più di quaranta a Cagliari. Eppure ancora oggi a chi mi chiede di dove sono rispondo: Seu abaresu.

Carlo Sulis è un maestro elementare in pensione. Appassionato cultore della lingua sarda, da decenni traduce in campidanese la narrativa italiana, specie degli scrittori sardi.

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