I cattolici sardi facciano da argine all’individualismo della paura

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Giuseppe Dossetti (1913-1996)

Non pare facile orientarsi nell’attuale scenario politico per chi ha un imprinting cattolico nella sua cultura. Almeno per come appare, qui in Sardegna, alla vigilia delle elezioni per l’elezione del XVI Consiglio regionale. Infatti, dalla scomparsa della Democrazia Cristiana in poi (ed è passato ormai oltre un quarto di secolo), gli orientamenti al voto di quello che era stato il suo elettorato sono apparsi assai differenti, dividendosi tra due opposte sponde: progressismo illuminato da una parte e conservatorismo rigoroso dall’altra. In buona sostanza, una scelta compiuta fra due opzioni, da una parte il rassemblement già della Margherita e dell’Ulivo e dall’altra la galassia berlusconiana. Si sono così manifestate le due differenti anime che avevano già contraddistinto i 50 e passa anni della DC sarda: quella che per semplicità indicherò nel dossettismo di Efisio Corrias e di Pietro Soddu e l’altra nel doroteismo di Salvatore Mannironi e di Raffaele Garzia.

Certo, non c’è più, nelle scelte elettorali, un richiamo a valori ideali, proprio perché con l’avvento di quella che tutti definiscono “la Seconda Repubblica” è scomparso ogni legame con le scelte ed i convincimenti ideologici, mentre la politica, più o meno da Silvio Berlusconi in avanti, è divenuta nient’altro con un campo aperto per la conquista del potere e la tutela di interessi più o meno corporativi (o peggio).
Il lessico della politica odierna ha inoltre perduto quelli che erano un tempo i suoi valori fondamentali, dagli occhi attenti e lo sguardo lungo capaci di intravedere ed indicare gli obiettivi da raggiungere per un progetto di futuro migliore. Gli stessi partiti si sono trasformati in una sorta di consorterie o di potentati attraverso cui suddividere e consegnare nelle mani di pochi la gestione della res publica. Ed è stato questo un limite, se non proprio un handicap, di cui le elezioni suppletive di Cagliari, con l’elezione a deputato di Andrea Frailis, ne possono rappresentare la conferma. Perché quel voto ha visto soccombere, in un flop che ha del clamoroso, i format desueti della politica dell’immagine e dello spettacolo (rappresentata dalla calata a Cagliari dei big nazionali, da Silvio Berlusconi a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini), nei confronti di quella dalla “sostanza virtuosa”, rappresentata, nel caso, da un uomo aristotelicamente virtuoso, cioè ritenuto capace di impegnarsi e di lavorare per una “vita buona e una società giusta”.

D’altra parte, chi ha ancora nella propria cultura quell’imprinting di una cattolicità progressista, non può che porsi, come fondamentale ed invalicabile spartiacque nei confronti del nuovismo mediatico e pasticcione dei due dioscuri del governo gialloverde, le parole profetiche di Giuseppe Dossetti sul forte pericolo del superamento – come oggi è in fieri – della democrazia rappresentativa: «perché al posto di essa, con le sue procedure dialogiche e le inevitabili mediazioni di ragioni contrapposte a confronto, ci si troverebbe di fronte ad una democrazia populista, inevitabilmente influenzata da grandi campagne mediatiche, senza razionalità e appellantisi soprattutto a mozioni istintive e ad impulsi emotivi, che trasformeranno i referendum in plebisciti e praticamente ridurranno il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al sovrano del popolo».

Certo, io non penso ad una riproposizione di un partito di cattolici perché sarebbe soprattutto una velleità antistorica ed irragionevole: occorre però che quella cultura che da Sturzo a De Gasperi e a Moro ricostruì i valori della laicità e dell’etica pubblica nel nostro Paese, e che dette alla Sardegna personaggi come Antonio Segni e Francesco Cossiga, venga riproposta per ridare eticità intellettuale e senso sociale alla politica d’oggi, deteriorata da impulsi ed atteggiamenti di bassa lega. Spaventano, infatti, le prese di posizione di certo populismo deteriore incarnato da imbonitori da strapazzo, senz’arte né parte, che hanno esaltato, con la loro incompetenza, una politica vacua, fatta da slogan e da sparate retoriche (da “abbiamo cancellato la povertà” a “è finita la pacchia delle crociere dal Nordafrica”).

C’è dunque l’esigenza di dover richiamare (con un appello molto sturziano ai liberi e forti)) quanti ancora si sentono parte di quell’area culturale vicina all’insegnamento sociale della Chiesa, a far sentire la loro presenza nelle competizioni elettorali, ad iniziare da quella ormai prossima, per noi sardi, del 24 febbraio.

Occorre quindi sapersi schierare, scegliere consapevolmente da che parte stare. Senza ambiguità e senza diserzioni. Le parole di Dossetti sono fortemente ammonitrici sui pericoli del populismo e dell’uomo forte che diventerà, come la storia insegna, il sovrano del popolo (che è poi il rovescio del popolo sovrano mistificato dalla piattaforma Casaleggio).

La Sardegna del post elezioni avrà davanti a sé dei problemi cruciali, delle pesanti criticità da eliminare. Occorre quindi che si abbia alla guida della Giunta delle persone che abbiano le capacità di lavorare per il progresso e per il bene comune di tutti i sardi. Eliminando le diseguaglianze sociali e territoriali che oggi affliggono le nostre comunità; ritrovando così quell’entusiasmo, quel consenso e quelle azioni virtuose che portarono alla positiva ricostruzione postbellica sulla cui eredità ancora campiamo.

il clima di oggi, in cui crescono e si affacciano sulla scena pubblica le nuove generazioni, pare dominato dalla diffusione incontrollata di un “individualismo della paura”, su cui si costruisce un’idea di protezione personale e sociale affidata al presunto “uomo forte”, e nella logica autoreferenziale di un nuovo imperante (oltre che pericolosamente nostalgico) “me ne frego”. Oltre che nell’assistenzialismo personale del reddito di cittadinanza elevato a welfare sociale. Non può essere questa, lo affermo da cattolico progressista, la Sardegna da consegnare ai nostri figli e nipoti. Perché ad essa occorre opporsi, decisamente.
Di fronte a questo non c’è altra soluzione, se non la presenza elettorale. E quella presenza, attiva e responsabile, appare una responsabilità a cui i laici cristiani non dovrebbero più sottrarsi.

Paolo Fadda

(Economista, saggista, già dirigente del Banco di Sardegna)

 

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