Vida loca a Villasalto

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Villasalto (foto di Michela Mura)

Per tre anni di seguito mi hanno messo punti. Sempre alla fine della scuola media: prima, seconda e terza. Mi facevo male sempre in paese, a Villasalto, mica in città a Quartu Sant’Elena. La prima volta due punti per un taglio nel ginocchio, dopo essere caduto dalle gradinate del campo di calcio durante la partita Villasalto-Sisini.

Era stato mio padrino, il capo degli ultrà del Villasalto a portarmi dalla guardia medica.
La seconda volta, tre punti per un taglio vicino alla pancia dopo essere caduto vicino a casa di nonna, mentre portavo le birre per mio padrino, che stava mettendo la guaina di catrame sul tetto di casa sua. La rovinosa caduta aveva fatto esplodere tutte le birre e un pezzo di vetro mi aveva bucato la pancia. Per fortuna non si era rotta la bottiglietta di gazzosa che avevo comprato con il resto. Era stato mio padrino a portarmi dalla guardia medica.

La terza volta sette punti nella coscia, dopo essere caduto in un fosso in campagna, nel terreno di mio padrino mentre cercavo di lanciare un mattone a un coniglio, che per fortuna non si fece nulla.

Il quarto anno niente punti. Era giugno, mancavano pochi giorni alla fine della scuola, ero in prima liceo ed ero sicuro che mi avrebbero bocciato.
Mio padre mi aveva promesso che avrei passato tutta l’estate a lavare piatti nel suo ristorante al Poetto di Quartu, che poi quella zona non si chiama Poetto ma Cracangiulu, che non so cosa significhi.

Prima di questa punizione esemplare, dovevo godermela, sfruttare quei pochi giorni di libertà che mi restavano per vivere di eccessi, follia pura e vita sfrenata.
Per questo motivo decisi di andare a Villasalto alla festa di Santa Barbara.

Partii la mattina presto da Quartu, con il borsone di calcio con la roba più figa: una felpa nera con la scritta Kamikaze e le Timberland che due anni prima mi ero comprato con i soldi della cresima.

Arrivai a Villasalto a passaggi. Al bivio di Monserrato mi aveva caricato un cantoniere che stava andando a Sant’Andrea Frius, poi da quel punto mi aveva dato un passaggio un mio zio, che prima di arrivare in Paese era passato a Silius a comprare la crusca per i maiali.
Durante i giorni della festa bevevo birra con i miei amici e andavamo alle giostre, a tirare cazzotti al tirapugni, a sparare con il fucile e sul calcinculo.

Il calcinculo la montavano sempre davanti a un bellissimo panorama, nel bordo di un muraglione, da dove si vedeva Armungia, il Sarcidano e nelle giornate di vento addirittura il Gennargentu.

Quando girava veloce, si vedeva meglio il panorama e anche il vuoto sotto il muraglione; era in quel punto che bisognava spingere con tutta la forza chi ti stava davanti per prendere il palloncino appeso e vincere il premio: un altro giro.

Uno dei miei obiettivi della vida loca villasaltese prima di andare a lavare piatti nel ristorante di babbo, era quello di prendere il palloncino del calcinculo. Non ci riuscii e questa cosa ancora oggi mi brucia.

Il giorno più importante della festa si esibiva Miani, reduce dal successo sanremese. Quella sera volevo esagerare, dovevo esagerare.

Spesi tutto quello che avevo in birra, Grand Marnier e un ponch caldo. Ero sbronzo, ricordo di aver abbracciato Miani alla fine del concerto e di aver chiesto insistentemente un autografo. Quelli del comitato mi mandarono via.

Alla fine della festa c’era poca gente in giro e i pochi rimasti erano tutti al chiosco della birra. C’era anche mio padrino con gli amici. Mi assalì la malinconia, stava per finire la pacchia. Tornai mestamente a casa di mia nonna. Avevo sete, volevo acqua, aumentai il passo e subito mi ritrovai nel cortile di casa di nonna, davanti a sa muredda de is marigas, dove c’erano i bidoni con l’acqua portata da Mont’e Genis.

Al buio afferrai con avidità il bidone più piccolo, quello da cinque litri. Cominciai a bere a bruncu mandando affanculo l’estate di merda che mi stava aspettando.

Non appena il liquido entrò in bocca, tutto iniziò a bruciare: le labbra, la lingua, il palato. Sputai quello che avevo bevuto, riconobbi l’odore, forte, acre, pungente: avevo bevuto varechina. Fui preso dal panico. Inizia a urlare in preda a dolori lancinanti.

“Mi seu avvellenau, seu morrendimì, agitoriu, agitoriu…”
Mia nonna aveva 92 anni, scese in cortile, spaventatissima.
“Dimoniu! Ita est succediu?”
“Nonna apu buffau varecchina, e pighendimì fogu in sa bucca. No mi salvu, mi seu arrovinau, voglio morire.”
“Buffa lati, ca ti torrada a assetiai…”.

Presi la mano di mia nonna, andammo in cucina. Il latte in frigo era finito. “Vai da tuo padrino, che ti porta dalla guardia medica, bai bai allestru!”.

Sentii una moto fuori in strada, uscii per farmi soccorrere. Era Giango con il suo KLR 300, lo fermai in lacrime, spiegai rantolando quello che mi era successo e subito salii sulla sella dietro di lui. Giango correva, io aprivo la bocca ma nemmeno il vento freddo riusciva a calmare il mio dolore.

Arrivammo al chiosco della birra, mio padrino era ancora lì insieme agi amici.
“Padrinu apu buffau varechina, portami alla guardia medica a San Niccolò Gerrei”. Padrino quella sera aveva poca voglia di accompagnarmi, ma anche quell’anno mi avrebbe soccorso rassegnato.

Per tutto il tragitto mi lamentavo e finalmente arrivammo dalla guardia medica, che era sempre la stessa e mi conosceva bene.

Spiegato cosa mi era successo, il medico stabilì che di varechina non ne avevo ingoiato. Ci consigliò comunque un controllo al pronto soccorso di Cagliari, giusto per precauzione.
Mio padrino ringraziò, salimmo in macchina e invece di andare a Casteddu, mio zio guidò verso Villasalto.

“Ita cazzu precauzioni. No c’è benzina in sa macchina.” disse.

Tornammo al chiosco della birra, la bocca mi faceva molto male, provai a bere un succo alla pera freddo, ma nulla da fare. Tornato a casa di nonna, non riuscii a dormire per tutta la notte .

Il giorno dopo tornai a Quartu con la felpa Kamikaze tutta schizzata di varechina, le labbra malamente screpolate e mio padre che non vedeva l’ora di farmi lavare tutti i piatti del mondo.

Emanuele Pittoni

Nasce a Chivasso (To) nel 1975 da genitori sardi emigrati in Piemonte. Da 40 anni vive in Sardegna. Antropologo fisico e guida escursionistica. Cantante e autore dei testi delle band campidanesi Ratapignata e Malasorti. Ha collaborato con la RAI come autore e conduttore di programmi radiofonici in lingua sarda. Recentemente ha iniziato a scrivere racconti, tre dei quali pubblicati, che spesso legge durante i reading del collettivo “Scrittori da Palco”. Tra le varie cose sta meditando di iscriversi all’università, in medicina o ingegneria informatica, per avere successo nella vita e un posto di lavoro ben retribuito.

(Foto di Michela Mura)

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