
La tregua è l’opera in cui Primo Levi racconta il suo lungo viaggio di ritorno da Auschwitz a Torino. Molti ne ricorderanno la riduzione cinematografica di Francesco Rosi con John Turturro. A me, sinceramente, quest’ultima non è piaciuta, forse perché non vi ho riconosciuto la mia deportazione e il mio rimpatrio, che sono stati differenti.
Ma, al contrario, rileggendo la poesia di Levi che introduce La tregua, vi ho ritrovato una esperienza onirica che mi sento di condividere:
“Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare …”
Primo Levi ha poi chiarito: “Nel sogno il Lager si dilata a un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae…”
Quella che segue è la descrizione del mio sogno durante il mio viaggio di ritorno in treno a Verona da Regensburg, dove avevo trascorso due mesi di convalescenza dopo la mia fuga dalla marcia della morte.
Dalle portiere semiaperte si introduce il buio della notte. A un certo punto si alza la luna ed entra, piano, a rivendicare la luce.
In un angolo, da una poltrona, una voce mi chiama:
— Vieni qui! Vieni qui e portami il frustino.
È mio padre e mi guarda accigliato:
— Babbo, babbo …, ma che cosa ho fatto?
— Non vedi che scherzo?

Il cipiglio non è ora che un amorevole sorriso. Gli vado vicino, ha la casacca nera di ufficiale del Genio, lo spencer, già, lo spencer che mi affascinava quand’ero bambino.
— Vieni qua, tu sei stato bravo, ma che cosa vuoi adesso? Una medaglia? Hai solo fatto quel che dovevi.
Ride, apre le braccia ed io le riempio di tutto me stesso, penso di piangere e invece rido anch’io.
Qualcuno, lievemente, mi tocca una spalla, mi giro e il fascio luminoso conduce il mio sguardo, è Viviani. Sta liberando da un grosso anello d’acciaio una caviglia insanguinata.
— Questo è piacere!” – mi dice, e sa che so che si riferisce a Socrate. Alleviare il dolore, ecco il piacere, non quello di vivere.
Dal buio esce anche Deambrogi e si siede accanto a Viviani; è triste, ha gli occhi pieni di pianto.
— Peccato — singhiozza — peccato che tu non sia qui! — E i singhiozzi gli spengono la voce.
— Deambrogi, perbacco! — lo conforto — Deambrogi, sei un uomo, non così!. E lui smette di piangere, sorride anche lui e mi indica gli altri, seduti vicino, in un crocchio nel buio.
— Arturo! — grido — Dove sei stato? Ti ho cercato a Hersbruck, non ti ho visto, non sei più tornato … e voi, Domaschi, Butturini, Bravo, dove vi hanno portato? E tu, Viviani? Ricordi, Viviani? Occhio d’aquila, gamba di cicogna!
Viviani non ride, si fa serio, serio e severo come un monumento di pietra.
A un tratto ricordo la morte di Bravo e trasalisco: Ma voi — dico — voi siete fantasmi!
È Viviani che risponde per tutti: — Oh no, figliolo, no, noi non siamo altro che morti. Il fantasma sei tu!
Poi Bravo: — Essere fantasma è troppo duro per noi, i morti: tocca a te farlo, e non ti sarà facile! Coraggio, figliolo, coraggio!
Il suo viso si è fatto triste, e così quello di tutti, anche di mio padre.
Di colpo il treno si ferma: Pescantina.
Scendo e mi affretto, mi affanno a raggiungere Verona, ma è un appuntamento vuoto. Nessuno mi aspetta, tutti sono occupati a fare affari.
Vittore Bocchetta








