Vittore Bocchetta: 75 anni dopo vi racconto l’assalto al carcere di Verona

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Verona. Nell'area dove sorgeva il carcere degli Scalzi, il Monumento ai sei partigiani realizzato da Vittore Bocchetta

Oggi a Verona si celebra il 75° anniversario dell’assalto al carcere degli Scalzi, una delle più importanti azioni della lotta dei partigiani per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Pubblichiamo il ricordo di Vittore Bocchetta che non solo ne fu protagonista e testimone, ma è anche l’autore del monumento – un obelisco d’acciaio alto sette metri – che dal 1988 ricorda l’impresa dei sei partigiani dei GAP (i Gruppi di Azione Patriottica) che presero parte all’azione e liberarono il sindacalista Giovanni Roveda.

Nel 1944 avevo 25 anni e in quel carcere ero stato detenuto per sospetta attività sovversiva dal Natale del 1943 fino alla metà di febbraio 1944. La mia cella era la 24. Nella 27 c’era Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini, che fu poi processato e fucilato l’11 gennaio 1944 insieme agli altri componenti del Gran Consiglio del Fascismo che avevano provocato la caduta del Duce firmando l’ordine del giorno Grandi il 25 luglio del 1943.

Il 6 gennaio del 1944 era stato tradotto nel carcere un tale Esposito. Soltanto dopo si seppe che si trattava in realtà di un prigioniero eccellente, il sindacalista Giovanni Roveda, uno dei fondatori del Partito Comunista.

Dopo il mio rilascio ero entrato a far parte, come indipendente, del Comitato di Liberazione provinciale di Verona. Uno dei progetti del Comitato, soprattutto su pressione del rappresentante del Partito Comunista (che, per inciso, era il padre della mia fidanzata di allora) era quello di liberare Roveda. Io nutrivo dei dubbi sull’importanza del personaggio Roveda. Per me non era una stella che brillasse più di molte altre che andavano spegnendosi nel buio delle prigioni fasciste, ma più di una cellula concertava iniziative per conto proprio: ognuno voleva avere il primato dell’azione. Si trattava di uno di quei personaggi che per misteriosa priorità doveva essere liberato a qualunque costo.

Tanti anni dopo, il mio amico Olinto Domenichini dell’Istituto Storico di Verona ha ritrovato degli importanti documenti (alcuni desecretati dopo settant’anni) che chiariscono alcuni degli aspetti di cui allora ero in parte all’oscuro.

I nazisti avevano insistito perché Roveda, che era riuscito ad evadere alcuni mesi prima dopo 17 anni di carcere e confino ma era stato ripreso a Roma dalla banda Koch, fosse trasferito in un campo di concentramento in Germania. Invece il capo della polizia, Tamburini, in data 17 marzo 1944 scrisse al questore, Tognon: “Dalle carceri di Verona non è mai fuggito alcuno. Non si ravvisa pertanto l’opportunità di consegnare il Roveda ai camerati tedeschi per lo inoltro in Germania”.

Roveda era quindi diventato un’ossessione per i fascisti e questo, di per sé, valeva il rischio di una beffa.

Il piano di noi del CLN era quello di far fuggire il prigioniero durante il trasferimento in questura per un interrogatorio. Io avevo stabilito alcuni contatti che avrebbero consentito la fuga: il commissario capo, Masiero, e il vice commissario, Costantino, della Questura avrebbero fornito un falso mandato di interrogatorio, mentre l’autista del furgone cellulare avrebbe dirottato il prigioniero verso un posto sicuro. Erano tutti dalla nostra parte.

Io condividevo questo piano che non prevedeva alcun uso delle armi, ma le titubanze dei “politici” fecero fallire il piano. Il 12 maggio 1944 il prefetto, Cosmin, la cui firma falsificata avrebbe autorizzato il trasferimento per l’interrogatorio, fu trasferito a Venezia. Poi tutto il comitato fu smantellato tra il 28 giugno e l’inizio di luglio a causa di mancate cautele, conseguenti arresti e pesanti torture. Io mi feci arrestare il 5 luglio dopo che avevano preso in ostaggio la mia fidanzata e la madre.

Il 14 luglio, Radio Londra diffuse la falsa notizia di una fuga di Roveda e si prospettava un suo possibile trasferimento da Verona. Quindi intervennero i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica), molto più organizzati e decisi del CLN.

Aldo Petacchi, un toscano inviato dal Partito Comunista da Milano entrò in azione il 17 luglio 1944 al comando del GAP locale, formato da Berto Zampieri, Lorenzo Fava, Danilo Preto, Vittorio Ugolini e Emilio Moretto Berardinelli. A bordo di una Lancia Artena, i sei arrivarono di fronte al carcere alle 18.20. Moretto, vestito elegantemente, si presentò alla guardia e la minacciò con una pistola. Petacchi, Preto, Fava e Ugolini lo seguirono, mentre Zampieri attendeva in macchina. Petacchi, Preto e Moretto salirono al piano superiore dove Roveda era a colloquio nel parlatorio con la moglie Caterina.

Quest’ultima, che era già stata istruita dai gappisti, si allontanò dal carcere. Mentre i tre gappisti e Roveda scendevano per le scale, qualcuno diede l’allarme, forse il direttore del carcere, il sardo Sergio Olas. Per la strada iniziò una sparatoria. L’auto stentava a ripartire e rimasero feriti in cinque. L’azione era durata in tutto cinque minuti. Roveda, ferito all’inguine, e Zampieri, ferito al femore, si misero in salvo con Petacchi, raggiungendo secondo i piani la casa di Attilio Dabini, un giornalista italo-argentino impiegato all’ufficio stampa della Mondadori. Moretto, ferito al torace, restò alla guida dell’auto con a bordo Ugolini, Preto e Fava. Preto morirà poco dopo, mentre Fava sarà catturato, torturato e morirà dopo qualche settimana.

Io quel giorno mi trovavo detenuto nelle casermette di Montorio dove già erano gli altri componenti del CLN. Pochi giorni dopo la fuga di Roveda fummo tutti trasferiti agli Scalzi e poi deportati in Germania.

Nel 1988 ho voluto ricordare i sei eroi che liberarono Roveda con un obelisco d’acciaio che è stato eretto proprio nel terreno dove si trovava il carcere.

Vittore Bocchetta

 

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