Vittore Bocchetta, bilancio di un secolo in prima linea contro i prepotenti

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Vittore Bocchetta

A cent’anni “suonati” mio nipote mi chiede spesso cosa penso del futuro dell’umanità. Francamente me ne infischio, perché non ho un grande futuro davanti. Però ho un lungo passato alle spalle e azzardo qualche pronostico.

1) Migrazioni: le transumanze non cesseranno perché fanno parte dell’evoluzione di tutte le specie animali, e quella umana non fa eccezione. D’altra parte veniamo tutti dall’Africa e non temo gli eventuali nuovi 800 mila che si dice arriveranno dalla Libia in guerra. Posso essere considerato controcorrente perché io in Africa ci sono migrato in cerca di fortuna. In Libia, anzi in Cirenaica, nel 1938-39. Era la quarta sponda della penisola italiana, ma come colonia non rendeva tanto. Non era stato ancora trovato il petrolio e non si manifestavano gli appetiti delle grandi potenze come oggi. Per quanto mi riguarda, dato che avevo solo vent’anni anni, non avevo ancora sviluppato una coscienza antifascista. Però cominciavo a chiedermi quale fosse la verità riguardo a Sidi Omar, fatto impiccare dal generale Graziani come terrorista, ma considerato un eroe dalle tribù locali.

2) Qualunquismo: ne ho conosciuto il battesimo nel dopoguerra. Abitavo a Verona al ritorno dalla deportazione nei campi nazisti. Era stato fondato il movimento L’Uomo Qualunque da Guglielmo Giannini, che proveniva – guarda caso – dal mondo dello spettacolo. Nel giugno del 1947 un gruppo di qualunquisti, all’uscita da un loro congresso, fu aggredito fisicamente da alcuni militanti dei partiti della sinistra, allora egemoni. Io difesi i qualunquisti, pur non condividendone le idee, con una lettera di protesta al giornale l’Arena di Verona. In ogni caso il successo elettorale del qualunquismo durò soltanto lo spazio di una legislatura.

3) Populismo/sovranismo: ne ho avuto esperienza in Argentina, dove migrai tra il 1949 e il 1954. Evita Peron e suo marito Juan riscossero un grande consenso al grido di “Prima gli argentini”. Così posero le basi per la bancarotta di qualche decennio dopo. Noi speriamo che ce la caviamo. Nella categoria sovranismo/populismo si può anche far rientrare l’idea del cosiddetto “uomo forte” e delle soluzione autoritarie alle crisi.  Ne ho avuto esperienza diretta quando, in fuga dal peronismo argentino, nel 1955 emigrai in Venezuela, a Caracas. Il presidente della Repubblica era un militare, Marcos Pérez Jiménez, che si era insediato in seguito a un golpe. Nel 1958 fu deposto da un altro colpo di Stato. Là il petrolio l’avevano già trovato e questo fatto non scoraggiava certo il disinteressato intervento degli Stati Uniti a favore o meno del dittatore di turno.

4) Razzismo e respingimenti: li ho conosciuti in versione nordamericana. Sono migrato a Chicago nel 1958 (facendo scalo a L’Avana in piena rivoluzione cubana, ma questa è un’altra storia). Un messicano di origine Maya, Reynel, mi aiutava a limare i miei bronzi. Era entrato da clandestino. Dopo diversi anni riuscii a fargli ottenere la cittadinanza statunitense, ma non so se oggi, con la propaganda per la costruzione di nuovi muri, ci sarei riuscito. Devo riconoscere però che durante i miei trent’anni negli States c’è stato anche Martin Luther King e la stampa libera che fece scoprire lo scandalo Watergate. Ma non pensavo che si sarebbe potuto realizzare il sogno di un presidente afro-americano, poi compiuto dall’elezione di Barack Obama. Salvo poi risvegliarmi con l’incubo Trump.

Conclusioni: ho potuto veder la caduta di Mussolini, Hitler, Peron, Perez Jimenez, Nixon e Berlusconi. Mio nipote cerca di tenermi in vita perché possa continuare la mia nemesi contro i loro attuali epigoni.

Vittore Bocchetta

 

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