Vittore Bocchetta: “Così ho ricostruito la storia di quei sei eroi di 75 anni fa”

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Vittore Bocchetta (immagine da Vistanet.it)

In questo articolo Vittore Bocchetta, classe 1918, racconta (come aveva fatto un mese fa col suo articolo dedicato all’assalto al carcere di Verona) un momento della Lotta di Liberazione di cui fu testimone e protagonista, nell’agosto del 1944. Racconta l’incontro con sei giovani destinati a morire pochi giorni dopo e, assieme, racconta come –  negli anni e fino a oggi – non ha mai smesso di raccogliere nuovi elementi per ricostruirne le storie. Da ultimo facendo nuove scoperte attraverso ricerche sul Web.

Noi del Comitato di Liberazione di Verona siamo nel carcere degli Scalzi da un mese. Si aprono le porte delle nostre celle 23 e 24 e un secondino grida l’appello dei nostri otto cognomi e nomi. Due soldati tedeschi, senza neppure il fucile, ci scaraventano su un autocarro che ci porta al non lontano palazzo delle assicurazioni INA, trasformato in sede dei servizi segreti nazisti. Saprò solo di recente che proprio là si decisero i destini di tutte le decine di migliaia di deportati italiani, ebrei e politici. Si trovava a poche decine di metri dalla mia abitazione di corso Vittorio Emanuele (oggi corso Porta Nuova).

Ci spingono nel buio di alcune celle sotterranee. Ci sono altri prigionieri, coperti di sangue raggrumato per le ripetute torture da parte delle SS. Sono sei giovani, paracadutati o sbarcati oltre la linea del fronte in alcune operazioni di intelligence per l’esercito italiano, ora alleato con gli angloamericani. Nessuno ha tradito la sua missione e nessuno conosce il proprio destino.

Noi politici speriamo di essere liberati perché in loro confronto contiamo poco.
Ci fanno montare sul solito autocarro. Questa volta i soldati tedeschi di scorta sono armati. Un caporale ostenta il suo mitra, che gli penzola sul petto come un crocefisso.

Arriviamo a Bolzano, campo di transito di Gries. Ci sistemano in un hangar circondato da un recinto di filo spinato: si tratta del blocco “E”, quello dei pericolosi.

I sei giovani sono eccezionali: sei campioni di umanità dotati di quelle virtù destinate dalla Natura a guidare la civiltà. Forti sani e colti, parlano ciascuno non meno di quattro lingue. Sono votati alla morte e venuti dal mare o dall’aria per liberare la nostra gente. Se per i tedeschi sono colpevoli, per noi sono colpevoli di onore. Due sono fiorentini, uno è romano, un altro veneziano ed uno torinese. Il sesto, il più attempato, sulla quarantina, è ebreo e non ci dice il suo nome. Indossa una uniforme britannica. Si esprime con noi in latino perché dice di non parlare l’italiano.

Il veneziano, che è un attore, autore e poeta del Teatro goldoniano, mi prega, se sopravvivo, di andare a trovare sua madre. Poi incita a cantare uno dei fiorentini, che altrimenti è balbuziente e scontrosamente introverso. Anche noi lo preghiamo, e lui, nel più bell’accento dantesco, intona una canzone melodica in voga, perde la balbuzie e l’armonia della sua voce ci sorprende.

Antonio Bandanello, “il veneziano”, nel ricordo di Vittore Bocchetta , in una foto scattata nel 1941 a Barcellona dove operava come agente del SIM, il servizio segreto militare

La mattina seguente li portano via. Il capocampo, un maggiore dell’Aeronautica militare, ci informa che sono stati uccisi tutti.

Noi del CLN siamo risparmiati. Facciamo parte di un trasporto di 433 deportandi che partirà per il campo di Flossenbürg. E’ il 5 settembre 1944.

Fin qui la mia memoria a caldo degli eventi di quell’agosto di 75 anni fa. Il presente storico dovrebbe renderne l’attualità. Mio nipote (che mi fa da “navigator” per ovviare alle mie ovvie insufficienze dovute all’anagrafe che avanza impietosamente) mi ha aiutato ad aggiungere alcune annotazioni a freddo recuperate via web.

Per esempio, quasi 60 anni dopo quegli eventi, la mia amica Carla Giacomozzi, dell’archivio storico della città di Bolzano, ha ricostruito le vicende di quattro dei sei giovani incontrati da me. Si è chiesta a chi appartenessero i 23 nomi incisi su una lapide posta in un sacrario militare. Ha scoperto che si trattava dei 23 trucidati dai nazisti il 12 settembre 1944 con un colpo di pistola alla nuca nelle stalle della caserma Mignone di Bolzano.

La lapide con i nomi dei 23 uomini trucidati dai nazisti il 12 settembre 1944 con un colpo di pistola alla nuca nelle stalle della caserma Mignone di Bolzano.

Spulciando negli archivi inglesi e americani e grazie anche ai memoriali pubblicati da Peter Tompkins, agente segreto americano collaboratore della Resistenza in Italia, la Giacomozzi ha ricostruito gran parte delle missioni di intelligence in cui erano stati coinvolti i 23 trucidati.

Peter Tompkins, l’agente del servizio segreto americano che s’infiltrò a Roma durante l’occupazione nazista

Ciascuna missione era formata da tre agenti: un comandante e due radiotelegrafisti che paracadutati o sbarcati nella zona ancora occupata dai nazifascisti, dovevano prendere contatto con le formazioni partigiane locali e trasmettere le opportune informazioni.
Tra i 23 della lapide, c’erano alcuni dei giovani eroi da me incontrati alla fine di agosto del 1944. Pur con qualche imprecisione, ricordavo qualche nome: Il veneziano era Antonio (per me “Toni”) Baldanello, , sbarcato dal sommergibile Nichelio e catturato il 1 dicembre 1943 in provincia di Rovigo; i due fiorentini erano  Sergio Ballerini e Ferdinando Ferlini (nel mio ricordo “Cristini”); il romano era Ernesto Pucella (per me “Uccella”). Degli ultimi tre si sa soltanto che erano paracadutisti della divisione Folgore fatti prigionieri dagli Inglesi nella battaglia di El Alamein del 23 ottobre 1942. Non ci sono documenti sulla loro missione, ma si presume che siano stati impiegati come agenti al servizio degli alleati.

Sergio Ballerini

Ma sono venuto al corrente anche delle vicende dell’ebreo in uniforme britannica, che diceva di non parlare l’Italiano. Qualche anno fa ricevetti una telefonata da Israele da parte della scrittrice Clara Sereni, che aveva letto un mio libro che citava quello che con noi del CLN si era qualificato con il nome di “Samuel Barda”. Si trattava in realtà di Enzo Sereni, sionista italiano, figlio del medico del Re d’Italia, fratello di Emilio (futuro senatore del Partito comunista e padre di Clara). Era stato paracadutato il 15 maggio 1944 e subito catturato nei pressi di Lucca. Inizialmente scampato all’eccidio della caserma Mignone del 12 settembre 1944 – ed ecco perché il nome non compare nella lapide –  appresi che fu poi deportato a Dachau il 5 ottobre e ucciso il 18 novembre 1944.

Enzo Sereni, fratello di Emilio Sereni e zio della scrittrice Clara Sereni

Infine, pur con qualche difficoltà, abbiamo ricostruito anche le vicende del torinese, Alessandro Teagno, nome di copertura “Marelli” (molti dei radiotelegrafisti usavano quel nome essendo la Marelli la marca di radio più comune allora). Teagno non era incluso tra i 23 della lapide perché era riuscito ad evadere dal campo di Bolzano, insieme al suo compagno di missione Matteo De Bona, evidentemente prima dell’eccidio del 12 settembre. Dopo l’evasione Teagno si unì ai partigiani con il nome di battaglia di “Luciano Lupi”. Fu arrestato nuovamente con De Bona (alias “Lari”) il 15 febbraio 1945. Furono entrambi fucilati il 3 marzo 1945 nel poligono di tiro del Martinetto di Torino.

Alessandro Teagno

Una successiva breve biografia del comandante Alberto Sartori (alias “Carlo”) ci ha permesso di ricostruire le vicende della missione “Guido Costa” (un altro dei nomi di copertura di Sartori). Carla Giacomozzi, non essendo Teagno tra i 23 nomi sulla lapide, non aveva fatto ricerche in proposito. Sartori, comunista, era fuoriuscito dall’Italia a Parigi negli anni ’30. Fu arruolato nell’esercito francese ed inviato in Tunisia. Nel maggio del 1943 fu scelto dai locali dirigenti del PCI, tra cui Velio Spano (di Teulada, futuro membro della Costituente e senatore della circoscrizione Guspini-Iglesias per quattro legislature consecutive): doveva reclutare due radiotelegrafisti tra i militari italiani prigionieri di guerra degli alleati. Fu così che Sartori, spacciandosi per mazziniano per evitare le perplessità alleate nei confronti di un comunista, conobbe Teagno e De Bona. Furono tutti e tre paracadutati il 21 agosto 1943 in Piemonte, ma subito catturati. Sartori riuscì ad evadere il 21 maggio 1944 dal Forte San Leonardo di Verona e raggiunse una formazione partigiana. Sopravvisse alla guerra e fece poi parte del primo comitato centrale del Partito Comunista d’Italia Marxista Leninista alla fine degli anni ‘60.

Così, potenza del web, si è definita la mia memoria, che era vaga circa i nomi e i destini, ma era rimasta indelebile per la grandezza dei sei eroi incontrati fugacemente.

Vittore Bocchetta

 

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