Vittore Bocchetta: “Un 25 aprile di silenzio e pensiero, per costruire il nuovo antifascismo”

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Vittore Bocchetta, "Le docce"

Vittore Bocchetta ha compiuto 101 anni lo scorso 15 novembre. Dodici giorni prima della sua venuta al mondo, il generale Armando Diaz aveva annunciato la vittoria dell’Italia e la fine della Grande Guerra. Stava per compiere quattro anni quando Vittorio Emanuele III si arrese al fascismo e ne aveva 26 quando l’Italia si liberò dal nazismo e dalla repubblichetta sanguinaria di Benito Mussolini.

Ci ha già raccontato il giorno della “sua” liberazione. Ci ha accompagnato e continua ad accompagnarci da osservatore attento del presente. L’abbiamo raggiunto per telefono nella sua casa di Verona per chiedergli che ne pensa di questo insolito 25 aprile e il discorso è caduto – come già altre volte in questi ultimi mesi – sulle gesta degli epigoni dei vecchi criminali (delle quali di recente ha avuto esperienza diretta).

L’ultima è la proposta – lanciata in svariati siti di estrema destra – di “festeggiare” il 25 aprile andando in strada e violando platealmente le disposizioni adottate dal governo e dalla regioni per contenere la pandemia.

Vittore, come spesso succede, ci ha sorpreso. La sua memoria ha fatto un lunghissimo viaggio nel tempo e si è fermata a Roma nel I secolo avanti Cristo, il giorno in cui il celebre poeta Orazio, mentre passeggiava sulla Via Sacra, fu avvicinato da un rompiscatole che tentò in tutti i modi di attaccare bottone e di convincerlo a introdurlo nell’esclusivo circolo di Mecenate.

“Ecco, a me questi mi fanno venire in mente quel personaggio. Gente mediocre che è disposta e fare qualunque cosa per farsi notare. Francamente mi fanno pietà. Meriterebbero di prenderselo veramente il virus”.

Il disporre di una grande quantità di memoria consente sintesi fulminanti. A pensarci bene, l’ipotesi che alla base delle iniziative che vorrebbero stravolgere l’ordine dei valori su cui si fonda la convivenza civile non ci sia tanto un progetto politico quanto una sommatoria di narcisismi frustrati può fornire una chiave di interpretazione di alcune delle recenti vicende politiche. Dalla tragicommedia estiva del Papeete alla sordità ascientifica di Trump e Bolsonaro. E, d’altra parte, se rileggiamo Marcia su Roma e dintorni ne troviamo un ricchissimo campionario. Scopriamo che il fascismo è quasi più stupido che violento. Quel famosissimo slogan degli anni Settanta – Una risata vi seppellirà – in fondo l’aveva inventato Emilio Lussu.

Ma Vittore non aveva finito di sorprenderci. Quando – in contrapposizione al 25 aprile degli imbecilli – gli abbiamo parlato dell’idea di affacciarci tutti alle finestre e cantare Bella Ciao, non ha reagito con l’entusiasmo che ci aspettavamo, e anzi ci auguravamo, perché a noi questa pare un’idea bella.

“Da parte mia – ha detto – festeggerò restando a casa. Questa epidemia è una cosa seria e grave. Dobbiamo stare gli uni lontani dagli altri, proteggerci. Magari ragionare su come fronteggiare quanti provano a specularci, come gli sciacalli delle mascherine. Dobbiamo stare soli a pensare. Per cantare avremo tutto il tempo”.

Ecco, una volta tanto stare soli a pensare. Magari domandandoci come sia stato possibile consentire al virus dell’intolleranza e della violenza, che il 25 aprile di 75 anni fa sembrava definitivamente sconfitto, di riproporsi in nuove forme. Bisognava pensare e agire da subito. Rendendo effettivo il divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista, punendo in modo sistematico l’apologia del fascismo e impedendo a chi la vuole distruggere di abusare degli strumenti della democrazia. Si è ancora in tempo, ma non bisogna distrarsi più.

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