L’opera che illustra questo articolo s’intitola Le docce ed è uno dei quadri più noti di Vittore Bocchetta. E’ stata spesso riprodotta per presentare iniziative legate alla Giornata della memoria, per raccontare gli orrori e la ferocia dei lager. In questo articolo, Bocchetta ne racconta gli antefatti e i seguiti. Racconta, cioè, quel che visse esattamente 75 anni fa, il 5 settembre del 1944, quando fu deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg assieme ad altri sei membri del Comitato di liberazione nazionale di Verona. Una ricostruzione inedita, fondata su nuove ricerche, con la quale Bocchetta prosegue la sua incessante difesa della memoria e della verità storica. E anche del ricordo di decine di uomini che diedero la vita per difendere la libertà di tutti e la loro dignità personale. 

“Uomini quaranta, cavalli otto”. Era il cartello affisso sui carri merci in uso già dal 1870 in Francia per il trasporto delle truppe. Si leggerà anche sui treni della deportazione.

Il nostro vagone si chiude e il treno parte. Uomini centocinquanta, cavalli nessuno.
I nostri escrementi fertilizzano il rancore.

Quattro o cinque, me compreso, tentano di calarsi fra le rotaie attraverso l’apertura di una tavola che siamo riusciti a schiodare dall’assito. Il macchinista del treno lo sa e rallenta opportunamente per favorire le fughe. Però un gruppetto di anziani minaccia di dare l’allarme. Forse hanno paura di rappresaglie se, a destinazione, le SS trovassero un numero di “pezzi” inferiore ai partenti. Saprò molti decenni dopo che uno dei 433, Mario Del Riccio (zio di Renzo Del Riccio, uno dei quindici trucidati di piazzale Loreto del 10 agosto precedente) è riuscito nell’impresa di evadere dal suo vagone.

Noi del CLN di Verona siamo sette. L’ottavo, il colonnello Rossi, è stato inserito in un trasporto diverso, forse perché si tratta di un ufficiale superiore. Deambrogi e Viviani sono ancora con me. Bravo, Domaschi, Zenorini e Butturini sono negli altri vagoni. Le ore infinite tormentano ogni parola repressa, mentre i pensieri riprendono poco a poco la loro dialettica dei diritti e dei doveri. La notte è così lunga che fa disperare del giorno, ma l’alba viene comunque.

Due giorni di viaggio e il treno si ferma. La portiera si apre. Noi di Verona ci chiamiamo e ci uniamo mentre la speranza ricomincia a ingannarci. Meccanicamente, per cinque, la nostra colonna di quasi mille piedi raggiunge in silenzio il lager di Flossenbürg. Una vistosa targa di bronzo dice Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi. Un’altra beffa della speranza.

Siamo costretti a denudarci a colpi di gommate per una doccia di benvenuto. L’esperienza è traumatizzante anche se non si tratta delle docce finte installate nelle camere a gas di Auschwitz.

Docce, l’opera di Vittore Bocchetta che rappresenta l’ingresso nel lager

Il mio imbarazzo è grande nel vedere le nudità del professor Viviani, che ha già più di 50 anni e per il quale nutro una profonda venerazione. Anche un cappuccino, padre Giannantonio, sulla sessantina, è costretto a privarsi del saio e di tutto il resto. Insieme agli indumenti che inizialmente ci distinguono cominciano a privarci anche dell’identità, tanto che dei 432 compagni di viaggio nella mia memoria ne rimangono impressi pochi. A parte i miei compagni veronesi, ricordo però Olivelli, Teresio Olivelli, che già all’arrivo si offre come interprete per aiutare gli altri. Non tutti infatti comprendono il tedesco degli ordini abbaiati dalle SS e dai kapo e subiscono perciò un supplemento di percosse.

Padre Giannantonio Agosti

Nel settembre 1998 la mia amica Carla Giacomozzi, dell’archivio storico del comune di Bolzano, mi ha convinto, dopo molte sue insistenze e mie resistenze, a rivisitare i luoghi della mia deportazione. La sua dedizione nel tentare di salvare una memoria offesa e violata non conosce riposo, anche di fronte agli ostacoli burocratici e alle detrazioni di politici che ignorano la storia, quando addirittura non la negano.

Durante la mia prima rivisitazione il responsabile del memoriale del campo di Flossenbürg mi ha donato, avendo io il privilegio di essere un sopravvissuto, una fotocopia dei preziosi registri di immatricolazione che erano stati sottratti alla distruzione. Infatti le SS avrebbero voluto occultare le prove dei loro misfatti prima dell’arrivo degli Alleati nell’aprile del 1945.

A partire da quegli elenchi, con l’aiuto di mio nipote che funge da mia protesi informatica, abbiamo cercato di restituire l’identità ai numeri dal 21402 al 21834, quelli assegnati ai componenti del “Transport” arrivato il 7 settembre 1944 da Bozen (Bolzano era considerato territorio del Reich). Nel dopoguerra si sarebbe chiamato “Trasporto 81” secondo la numerazione progressiva dei 123 trasporti della deportazione partiti dall’Italia dopo l’invasione nazista del 9 settembre 1943.

L’arrivo di un gruppo di deportati nel lager di Flossenbürg

Il lavoro di ricostruzione delle identità è stato possibile anche grazie alla recente liberalizzazione dell’accesso agli archivi di Bad Arolsen (Germania), dove si trova l’International Tracing System che conserva le schede di tutti i deportati.

Un gruppo di ricercatori di Pavia si è dedicato anch’esso al trasporto 81, mosso soprattutto dall’interesse per la figura del citato Teresio Olivelli. La Chiesa Cattolica lo ha proclamato beato il 3 febbraio 2018, grazie anche alla mia “laica” testimonianza. Olivelli fu ucciso a Hersbruck, appena 29enne, il 17 gennaio 1945. I ricercatori di Pavia, suoi fedeli, hanno scritto un libro, In treno con Teresio.

La copertina del libro sulla storia di Teresio Olivelli, illustrata con “Deportazione”, un’altra delle opere che Vittore Bocchetta ha dedicato all’esperienza nel lager
Teresio Olivelli, proclamato Beato il 3 febbraio del 2018

Certo, come ho detto, Olivelli era diverso dagli altri, ma si potrebbero scrivere altri 431 libri: “In treno con Francesco” (Viviani), “In treno con Guglielmo” (Bravo), “In treno con Giovanni Battista” (Domaschi), etc. E perchè no, “In treno con Vittore”, non fosse altro perchè sono l’ultimo sopravvissuto dei 432. Comunque li ringrazio per aver voluto riprodurre in copertina il mio ricordo dei compagni senza identità.

Oltre che sulle storie individuali dei 432 miei compagni di viaggio, il lavoro di ricostruzione getta luce sul fenomeno della deportazione politica, a lungo oscurato da quella razziale, numericamente preponderante. I milioni di ebrei sono da considerare vittime innocenti della Shoah, mentre noi, poche centinaia dei 23826 deportati politici italiani finora censiti, siamo comunque orgogliosamente colpevoli.

In realtà, tra noi ci sono anche detenuti comuni, borsaneristi ed altri, colpevoli magari di avere semplicemente azzardato un complimento alla fidanzata di un repubblichino. Ma il disprezzo dei tedeschi per i loro traditori è tale che tutti abbiamo avuto il triangolo rosso, quello riservato ai politici. Devo però constatare che, anche se non tutti sono da considerare eroi, nessuno di noi si è prestato a fare da kapo. Con l’eccezione di Olivelli, che lo ha fatto con l’intenzione di sovvertire l’ordine costituito all’interno del Lager.

Con lui, che è riuscito a farsi nominare capo baracca, si affaccia la speranza di esistere ancora: è conforto ai più consunti e coraggio ai pessimisti. Ma se tutti fossero come lui qui non ci sarebbe nessuno. Le distribuzioni della suppe sono meticolose, le ingiurie, le percosse e i sadismi sono soppressi e lui diventa improvvisamente leggenda nell’intero Lager. Lo incontro per l’ultima volta a gennaio.

“Olivelli, amico mio! Come sei ridotto! E io che ti facevo imboscato in qualche ufficio insieme ai triangoli verdi del Lager!”

“No, non dovresti pensarlo! Io sono stato creato per ben altro! Ma anche tu non mi sembri una bellezza …”

Non lo vedrò più. Solo chi cessa di essere uomo può resistere in questa bolgia maledetta.

I treni della deportazione sono entrati nell’immaginario collettivo grazie a molte testimonianze di sopravvissuti e al tentativo di visualizzarli attraverso film e documentari. Tuttavia, non si può generalizzare, anche perché ogni trasporto deve essere contestualizzato secondo il preciso momento storico in cui è avvenuto.

Il nostro, quello del 5 settembre 1944, era immediatamente successivo allo sbarco in Normandia, all’attentato a Hitler, alla liberazione di Parigi e a quella di Firenze. Siamo al culmine della reazione nazista prima dei segnali di cedimento: l’avanzata dell’Armata Rossa porterà alla liberazione di Auschwitz il 27 gennaio del 1945, quasi cinque mesi dopo.

Noi siamo stati deportati soprattutto come mano d’opera a costo zero per alimentare le fabbriche belliche in un disperato sforzo dettato dal ministro per gli armamenti del Reich, l’architetto Albert Speer. I nazisti sperano ancora in un’arma segreta che per fortuna non arriverà.

Ma, contemporaneamente, dal punto di vista politico, siamo parte del piano di annientamento di ogni forma di resistenza: con noi ci sono per esempio generali e militari che non hanno aderito all’esercito della Repubblica di Salò. Sono considerati “politici” rispetto al grosso delle centinaia di migliaia di IMI (Internati Militari Italiani) sbandati e catturati all’indomani dell’armistizio di un anno prima. Con noi ci sono poi: altri CLN provinciali più o meno al completo, partigiani non fucilati immediatamente al momento della cattura, operai arrestati dopo gli scioperi del marzo del 1944 e non ancora deportati, rastrellati di interi paesi sospettati di essere fiancheggiatori dei partigiani. E poi, magistrati, medici, avvocati, giornalisti. E Eugenio Pertini, fratello del più noto Sandro. Insomma, “la meglio gioventù”. Un paio di generazioni che rappresentavano allora il futuro del nostro paese.

Voglio ricordare i sardi del mio trasporto: Mario Ardu, di Lanusei, maresciallo di artiglieria, arrestato a Verona come collaboratore militare del nostro CLN. L’ho visto morire con i miei occhi a Hersbruck, vittima di un maldestro ed improvvisato esperimento medico. Era il 2 dicembre 1944.

Mario Ardu

Cosimo Orrù, magistrato di San Vero Milis, membro del CLN di Busto Arsizio. Non risulta negli elenchi ufficiali dei morti. Pochi anni fa un giornale online tedesco ha descritto il ritrovamento di un resoconto di un incidente ferroviario stilato da un capostazione. Era la notte tra il 22 e il 23 novembre del 1944. Si scontrarono un treno merci e un convoglio top secret che trasportava 400 deportati al sottocampo di Leitmeritz. Diversi deportati morirono carbonizzati e non fu possibile il loro riconoscimento. Cosimo Orrù era nella lista dei partiti ma non di quelli riportati al campo principale di Flossenbürg dopo l’incidente, a differenza dell’altro magistrato sardo, Dino Col, di Sassari, pretore a Sampierdarena, registrato tra i partiti ma anche tra quelli riportati a Flossenbürg, dove risulta deceduto il 31 dicembre 1944.

E ancora, Franco Cristiani, di Iglesias, contadino, morto a Hersbruck lo stesso giorno di Olivelli, il 17 gennaio 1945. E Pietro Meloni, di Sassari, rappresentante di commercio, morto a Hersbruck dieci giorni prima. E Luigi Murgia, di Escalaplano, morto a Hersbruck il 14 dicembre 1944.

E poi ancora quelli sopravvissuti alla deportazione: Vincenzo Barbera, di Cagliari, meccanico; Salvatore Becciu, di Ozieri, immatricolato come impiegato postale, ma in realtà maresciallo dei carabinieri; Michele Carraca, di Ozieri, agente di polizia; Giuseppe Mazza, di Ozieri, vignaiolo; Giovanni Pani, di Cagliari; Antonino Pilo, di Sassari; Pietro Zuddas, di Cagliari.

E poi Ugo Miorin, di Cagliari, direttore tecnico dello stabilimento Bergomi di Milano (che era specializzato nell’allestimento di autoscale e mezzi antincendio), arrestato perché cercava di salvare i suoi operai dalle razzie tedesche. Sopravvissuto alla deportazione diverrà comandante dei Vigili del Fuoco di Milano.

Vittore Bocchetta

 

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